Capitolo#4 “Le verità nascoste”

Con difficoltà riuscì a fare un passo dopo l’altro, cercando, quasi con fare teatrale, di reggersi su qualcosa che sperava lo avrebbe aiutato ad arrivare a destinazione. Barcollava e gli occhi gonfi e arrossati, la bocca secca e la maglia macchiata diedero l’impressione che Alan Lancaster avesse appena finito di vomitare. Erano circa le cinque del mattino e il ragazzo non era ancora rientrato. Forse aveva preferito passare la notte seduto in un qualche bar a bere alcolici, con la speranza di poter dimenticare quanto gli stesse accadendo, ma le scarpe rotte e il pantalone strappato sul ginocchio sinistro davano a pensare che il ragazzo, invece del bar, si fosse trovato in qualche altro luogo.

A stento riuscì a salire le scale, l’ultimo ostacolo che lo separavano da casa e ancora più difficile gli risultò prima cercare fra le tasche e poi inserire le chiavi nella toppa.

Il cigolio della porta spezzò quel silenzio diventato fin troppo pesante e agghiacciante, poi una volta dentro la richiuse alle sue spalle, mantenendo lo sguardo fisso a terra, incapace di alzare la testa per via della notte appena trascorsa. La sensazione di non essere solo gli fece ritrovare quella forza portandolo a guardarsi introno fino a scorgere la figura di un uomo seduto di spalle sul suo divano.

<< Chi sei? >> proferì stando sulla difensiva e cercando di trovare qualcosa da poter usare come arma, ma non appena l’uomo si voltò a guardarlo, gli occhi di Alan si sgranarono e lo stupore prese il posto della paura.

<< Papà .. >> furono le sue uniche parole.

 

Mulberry Street cominciò ad essere trafficata fin dalle prime ore del mattino e tra una macchina e l’altra si intravide una bici con alla guida un giovane ragazzo biondo, con un cappellino blu sulla testa e una cesta stracolma di giornali che lanciava di giardino in giardino. Il giornale a casa Stewart cadde sulle vicinanze del vialetto e in pantofole di colore rosa, una donna venne a raccoglierlo: era Melinda. Indossava una vestaglia rosa in pizzo che le lasciava scoperte le magre gambe mentre i capelli erano raccolti in una coda scomposta con delle occhiaie in viso che a poco le gonfiavano ambedue le guance.

Si era appena svegliata, gli altri invece stavano ancora dormendo.

La donna portò il giornale al petto, entrò in casa e si diresse subito in cucina dove aveva lasciato il thè a bollire, poi sedette nello sgabello e appoggiando il giornale sulla banconata cominciò a prestarvi attenzione.

In prima pagina una notizia che la lasciò senza parole.

“Ritrovate ossa sepolte nella contea di Fayetteville. Il caso è affidato alla scientifica.”

I suoi occhi si sgranarono sempre più, e apparvero sempre più stupiti nel vedere la foto del parco in questione. Un luogo che sembrò portarla indietro di tredici anni.

Continuò a leggere..

“Stupore a Fayetteville, si aspettano risvolti sulla vicenda che negli ultimi giorni ha coinvolto la polizia. Il tenente Derek Stevenson fa luce sulla questione: Ho ricevuto personalmente una chiamata anonima che mi avvertiva della situazione e subito abbiamo deciso di agire. Stiamo cercando di scoprire il mittente della chiamata, mentre incerte sono le notizie sulle ossa. Ossa umane o di animale? Di certo qualcuno ha voluto farci un bello scherzo, oppure ha voluto far trapelare un’importante verità.”

Nella mente di Melinda, tutte le parole del giornale cominciarono a scomporsi e solo alcune le rimasero impresse: ossa, parco e polizia. Il thè intanto cominciò a sgorgare fuori dal pentolino ma alla donna non importò, spense solamente il gas e in fretta e furia salì al piano di sopra.

Bruscamente aprì la porta della camera di Miller, che quasi la aspettasse, si fece trovare alla finestra con la sua solita sigaretta in bocca.

 

Eithan continuò a camminare avanti e indietro per la soffitta di casa propria, davanti ad una Hope seduta che tra le mani teneva dei fogli.

<< Ho cercato di analizzare foglio dopo foglio ma ciò che vedo sono solo degli inutili scarabocchi. >> asserì quest’ultima, volgendo lo sguardo verso il ragazzo, parecchio nervoso.

<< Scarabocchi che si trovavano nella mia e nella tua casa. >> Smise di gironzolare di angolo in angolo, e si fermò al centro della stanza.

<< Chi lo sa magari da piccoli i nostri genitori ci lasciavano giocare assieme nella casa dell’altro e quindi questi fogli potrebbero essere anche nostri. >>

<< Non credo Hope, c’è qualcosa sotto secondo me. Questi fogli, i vestiti che tua nonna ha voluto farti trovare, la foto di quella bambina che hai trovato tempo fa. >>

<< A proposito .. >> Hope infilò le mani nella borsa e da essa uscì una vecchia cornice.  << Questa è la bambina. >> proferì, porgendogliela.

Eithan la prese e la guardò attentamente.

<< Non ricordo di aver mai visto questa bambina, eppure ha un non so che di familiare. Chi può essere? >>

<< Non ne ho la più pallida idea Eit. So solo che a me questa bambina non ricorda nulla. >>

<< Dei vestiti di tua nonna che mi dici? >> Il ragazzo insistette.

<< Che sanno molto di anni 80, inizio anni 90 e che non sono mai stati miei. O almeno non li ho mai indossati. >>

<< Come fai a dirlo? Magari non lo ricordi. >>

<< Fin da piccola mio nonno, voleva ricordare ogni mio singolo giorno di vita e quindi mi faceva almeno una foto al giorno, con tanto di data e dedica scritta sull’album fotografico. L’ho visto tempo fa ma non ricordo di aver mai indossato quel vestitino. >>

<< Chi ha quest’album adesso? >>

<< Penso lo tenga ancora nonna Marie, in Georgia. >>

Eithan la fissò serio.

<< A cosa stai pensando Eithan? >>

<< Credo che tua nonna possa esserci utile … >>

<< Perché? >>

<< Perché ho l’impressione che ne sappia più di noi e se ti ha lasciato quei vestiti, beh, penso volesse farti sapere la verità. >>

<< Perché non dirmela direttamente? >>

<< Hope, ci sono cose che vanno capite. Non spiegate. >>

<< Oddio stiamo parlando come se ci trovassimo in un film. >> Hope sorrise, stupita.

<< Chi ti dice che non ci troviamo in un film? >> anche Eithan volle ironizzare anche se scoprire la verità, si mantenne un pensiero costante.

<< Credo che dovresti chiamarla, tua nonna. >>

I due tornarono seri.

<< C’ho già provato, sin da quando è tornata in Georgia mesi fa ma non ha mai risposto. >>

<< Sicura che stia bene? >>

<< Beh penso di si. Lo spero. E dell’incappucciato che mi dici? >>

<< Che prima o poi la pagherà. >>

Eithan concluse il discorso, guardando fisso negli occhi la ragazza, che da parte sua, stava ancora riflettendo sul perché la nonna non avesse mai risposto alle sue telefonate.

 

<< Non volevo più stare lì. >> nel vederlo, Tom Lancaster si alzò subito dal divano strofinando le sue mani sul camice bianco e sporco di terra, e voltandosi verso il proprio figlio accennò ad un sorriso. Nei suoi occhi verdi la malinconia. Lo stesso camice bianco, la bocca screpolata, i baffi non curati e i suoi lunghi capelli spettinati diedero l’impressione di trovarsi di fronte ad un paziente psichiatrico in fuga, e a confermarlo furono le sue successive parole. Trattenere le lacrime fu difficile da entrambe le parti ma nel caso di Alan prevalse l’orgoglio così ad un padre distrutto dai risentimenti si oppose un figlio arrabbiato e incapace di capire come un padre avesse potuto sostituire i vizi all’affetto del proprio figlio.

<<Che ci fai qui?>> balbettò quest’ultimo.

<< Mio piccolo Al, era diventato impossibile stare lontano da te, mai una visita, mai una telefonata, e nemmeno una foto per poterti ricordare. Volevo vedere come fosse cresciuto mio figlio e in che modo conducesse la sua vita senza i suoi genitori. Tua mamma ti ucciderebbe se vedesse in che condizioni tieni il soggiorno. A proposito, dov’è? >> disse cercandola con lo sguardo.

<< Papà .. >> stavolta a mostrare stupore fu lo sguardo di Alan.

<< Ci ha abbandonati tempo fa>> rispose con tono meravigliato alla domanda banale del padre, non prestandovi perciò attenzione.

Alla risposta appena ricevuta Tom si lasciò cadere sul divano con lo sguardo perso nel vuoto di chi aveva appena visto le immagini della sua vita scorrergli davanti.

<< Verranno a prendermi.>> disse con un tono rassegnato.

<< Come hai fatto a scappare dal centro di ricovero? E come hai fatto ad arrivare fin qui, attraversando la statale?>>

Lo sguardo di Tom sembrò  perdersi nuovamente nel vuoto ma stavolta nei suoi ricordi non vi fu che nero.

<< Papà, non puoi stare qui. >> I tentativi di Alan nel far capire al padre che la scelta di scappare fosse un idea folle, furono vani.

<< Perché Al? Sono così contento di essere a casa. >>

<< Non capisci. Verranno a prenderti papà, e ti riporteranno in clinica. >>

<< Non mi troveranno, mi aiuterai? >>

<< A fare cosa? >>

<< A non farmi trovare. Non voglio tornarci, voglio essere libero. >>

Alan lo guardò, cercando forse di giustificarlo.

<< Senti papà, sto passando un periodo difficile e l’ultima cosa che voglio è cacciarmi in qualche guaio. >>

Tom gli si avvicinò e gli prese le mani.

<< Farò finta di non esserci, non mi sentirai neanche respirare. Ma te lo chiedo per favore, fammi restare qui. >>

<< Mi dispiace papà. Non posso. Sarei tuo complice e non so se ciò mi darebbe dei problemi con la polizia. >>

<< Non avrai nessun problema con quella merda, te lo assicuro. >>

<< Come fai a dirlo? >> I due si guardarono adesso negli occhi, come se dovessero prendere una decisione importante. Insieme.

<< Non lo so, ma non voglio perderti ancora. >>

<< Verrò a trovarti se è ciò che vuoi.. >>

Tom cominciò a piangere.

<< Non capisci? È un inferno laggiù. I soliti piatti per pranzo e per cena, e nessuno si fida di te, delle tue parole. >>

<< Mi dispiace papà, non posso venirti incontro. >>

A queste parole, Tom divenne ancora più serio. Strinse forte le braccia del figlio.

<< Senti, ho bisogno di cambiare aria, sto diventando pazzo là dentro. >>

Alan lo interruppe.

<< Ci sei entrato apposta lì dentro, perché sei pazzo. >>

 

“ Il volo 13785 in partenza dalla Giorgia è in arrivo fra dieci minuti / Il volo 13785 in partenza dalla Giorgia è in arrivo fra dieci minuti!” L’avviso risuonò ben chiaro e più di una volta all’interno dell’aeroporto di Fayetteville. La gente si ammassò davanti alla porta degli arrivi e quando si aprì, ognuno accolse a braccia aperte chi aveva appena compiuto il viaggio: un parente, un amico chissà.

Tra la folla si fece spazio un giovane ragazzo dai capelli biondo scuro che con un piccolo borsone nero sulle spalle ( forse fin troppo piccolo per viaggiarci )si apprestò a raggiungere l’uscita.

Nessuno era venuto a prenderlo, solo un taxi prenotato poco prima.

Capitolo#4 “Le verità nascoste”ultima modifica: 2012-11-27T23:22:06+01:00da g-ioacchino
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