Capitolo#2 “Il tempo che hai vissuto”

La quiete dopo la tempesta arrivò per davvero e a quel grigiore nel cielo si sostituì il limpido colore azzurro, col sole che presto avrebbe cacciato dalle strade ogni singola goccia d’acqua rimasta in quella triste giornata di Marzo.

Lo specchio riflesse il rossore nel volto di un Alan sempre più sfinito dalle lacrime e dalla disperazione.

Cercò di dare una sistemata ai lunghi capelli castani, non perché gli interessasse apparire sistemato al funerale, anzi avrebbe voluto farsi vedere per come realmente stava, ma se c’era un motivo all’eleganza di quella mattina fu il voler essere visto di buon occhio dal padre di colei che avrebbe sorriso nel vederlo così elegante, anche se questo, adesso, non importava più.

Faceva fatica a dormire la notte, seppur fossero passati ben tre giorni da quando Brian aveva dato loro la triste notizia: Liz non ce l’ha fatta, e quell’affermazione continuò a resistere nella sua mente in ogni singolo momento delle giornate seguenti, passate su un letto matrimoniale a rimembrare i ricordi di una storia d’amore che non avrebbe voluto finisse così.

Perché proprio lei? Avrebbe accettato di farsi rovinare la vita pur di non perderla, avrebbe lasciato perdere le indagini sull’incappucciato e se ne sarebbe volentieri tirato fuori se questo fosse servito a far tornare Liz, ma la cruda realtà fu un’altra e niente e nessuno, purtroppo, avrebbe potuto cambiarla e ora che più che mai avrebbe dovuto mettersi sulle tracce di chi le aveva mandato quel messaggio anonimo, diverso dagli altri, sembrò arrendersi definitivamente.

Conservò la sua fotocamera, senza la memory card, in un cassetto e come quando si dice che i sogni escano dal cassetto, Alan ne archiviò uno, uno insieme a tutte le cose che avrebbe sognato per il suo futuro, con Liz.

Il funerale della sua amata sarebbe cominciato per le undici di mattina, ma già per le nove, il ragazzo andò a sedersi in chiesa, pronto a vedere arrivare la bara, e ad incrociare il suo triste sguardo con quello distrutto di chi ha appena perso una figlia.

 

D’altro canto Alan non fu l’unico a cui la scomparsa di Liz lasciò un grande vuoto dentro, ma anche Hope, che finora, nella sua vita a Boston, non aveva mai avuto amicizie stentò a credere che il tutto stesse succedendo veramente.

Perché proprio ora che il suo percorso si era incrociato con quello di una ragazza che aveva accettato di esserle amica? Quanta sfortuna può esistere in un mondo in cui le brave persone hanno sempre la peggio? Eppure le sembrò così irreale il fatto di trovarsi con Liz tre giorni prima, lì davanti a quel bancone delle bevande a scherzare e ricordare assieme i tempi passati, non si dette pace nel sapere che adesso era rimasta da sola, senza qualcuno che le gironzolasse intorno ogni qualvolta varcava la porta della propria scuola, ogni volta che ne aveva bisogno e sapeva quale numero comporre e ancora sentiva la sua voce riecheggiarle in testa, come se l’amica fosse con lei ogni istante.

Dalla triste notizia erano solo passati tre giorni, come sarebbero stati i seguenti? Anche se si sa, col tempo tutto passa.

I suoi biondi furono legati in una treccia ben curata e con un vestito nero che ne metteva in risalto le forme, Hope si portò fino allo specchio della propria camera dove si dette un ultimo sguardo prima di prendere un cappellino nero dalla sedia e sistemarselo in testa.

Un po’ di trucco non sarebbe bastato per coprire le occhiaie che si trascinava dietro da qualche giorno, perciò preferì non truccarsi, e allontanandosi dallo specchio si mise alla finestra osservando il luogo in cui l’amica aveva avuto l’incidente con la speranza che un lampo di genio riuscisse a farle costruire la dinamica dell’accaduto.

D’altronde si aspettavano ancora notizie della polizia.

 

Un certo disordine si accumulò sull’ariosa ma ruvida scrivania del Tenente Derek Stevenson, il quale nei seguenti tre giorni dopo la scoperta delle reliquie della bambina, aveva abbandonato ogni richiesta o lettera finita sul suo tavolo e questo solo per potersi dedicare al caso, ormai affidato alla Scientifica di un’importante città vicina. Solo loro avrebbero potuto far luce sulla questione.

Intanto nella sala d’attesa della polizia si assieparono diverse persone, ognuna con una valida motivazione per trovarsi in quel luogo, chi per porre denuncia, chi per chiarire una lite di paese alla quale la polizia aveva dovuto far fronte e chi, come Michelle Fairbanks, per avere giustizia sulla morte di un’innocente ragazza, morta durante un incidente stradale che celava dei dettagli, il giorno del suo compleanno.

Nessuno poté darsi pace della morte di Liz, e essendo una delle alunne migliori della sua scuola, la preside volle adoperarsi affinché si potesse scoprire il movente di quell’incidente, specie dopo che Hope, Alan e Eithan le avevano raccontato di quanto gli stava succedendo e di quel messaggio che aveva portato la stessa Liz su una strada diversa.

Chi  avrebbe mai potuto essere?

La donna si fece spazio fra la ressa, non avendo alcuna intenzione di aspettare il proprio turno e prepotentemente si portò al cospetto di un poliziotto che nulla poté fare per riuscire a trattenerla, ma anzi umilmente la scortò fino alla stanza di Stevenson.

<< Avanti. >> urlò quest’ultimo dall’interno del suo ufficio, dopo che il poliziotto aveva bussato una sola volta.

<< Mi scusi Tenente, questa donna è voluta venire ad ogni costo chiedendo di poter parlare urgentemente con lei. >>

Derek la scrutò dalla testa ai piedi, osservandone lo stile e i capelli ben composti e sciolti sulle sue magre spalle.

<< Bene, ci lasci da soli Mike. >> comandò.

Michelle allora sedette su una delle due poltrone di fronte alla scrivania dell’uomo, accavallò una gamba sull’altra quindi spostò la borsetta nera dalla spalla sinistra alla destra.

Intanto, Derek continuò a fissarla.

<< Allora, come mai tanta urgenza signora …? >>

<< Fairbanks, Michelle Fairbanks. >>

<< Bene, Michelle. Che succede? >>

<< Signor Tenente, crediamo di avere delle informazioni a riguardo dell’incidente che ha coinvolto la ragazza rimasta uccisa. >>

<< Con calma >> proferì l’uomo, notando l’ansia nella donna e dunque il suo parlare velocemente. << Crediamo chi? >> poi finì il suo discorso.

<< Io e alcuni studenti della mia scuola, nonché amici della ragazza. Io sono la loro preside. >>

<< Va bene Michelle, mi racconti. Cosa ha saputo? Cosa crede? >>

<< La sera dell’incidente si stava svolgendo un ballo scolastico, solo dopo aver ricevuto la telefonata che ci ha informato di quanto accaduto, ho accompagnato gli amici della vittima in macchina e abbiamo raggiunto l’ospedale. Per la strada mi hanno raccontato alcune cose che mi hanno lasciato senza parole .. >>

<< continui … >>

<< Da qualche mese i ragazzi sono minacciati da qualcuno che agisce in anonimo, con delle lettere, dei furti, delle esplosioni di macchine e tre giorni fa anche con dei messaggi. Tutti ne hanno ricevuto uno, solo che Liz, la ragazza che ha fatto l’incidente ne ha ricevuto uno diverso che l’ha portata su un’altra strada. I ragazzi credono che stesse inseguendo questa figura anonima e che correndo più veloce che potesse sia successo quanto lei già sa. >>

<< Quindi mi sta dicendo che in giro c’è un criminale? >>

<< E bisogna prenderlo. >>

<< Ascolti Michelle, è consapevole che ciò che sta dicendo è qualcosa di grave, vero? >>

<< Si, consapevolissima. >>

<< Bene, mi farebbe piacere parlare anche con i suddetti ragazzi, amici della vittima. >>

<< Non vorrei che ciò li mettesse ancora di più in pericolo. >> affermò preoccupata.

<< Non si preoccupi, sono al sicuro con noi. >> Derek sembrò convincerla, poi in un momento di silenzio, tornò a scrutare la bella presenza che aveva di fronte.

<< Grazie tenente. >>

<< Bene, adesso può andare Michelle, ci lasci il suo numero, di modo da poterla richiamare al più presto. >>

Michelle si alzò e su un foglio scrisse il suo indirizzo telefonico, prima di uscire dalla stanza.

Aveva un funerale a cui assistere.

 

<< A volte abbiamo la sensazione che il mondo ci vada contro ma non pensiamo mai al fatto che ad essere nella direzione sbagliata possiamo essere noi. Spesso infatti sentiamo il bisogno di fuggire per cambiare le cose, poiché è impossibile tornare indietro nel tempo, vogliamo aggiustarle o semplicemente vogliamo riparare agli errori commessi ed evitare che ci allontanino da qualcuno che rivedremo solo lassù, in cielo. Ed è così che mi sento io al momento, un piccolo uomo incapace di fare qualcosa per poter riavere la propria bambina fra le proprie braccia, dopo che il buon Dio ha deciso di separarmi dall’unica donna, oltre mia moglie, che io avessi mai amato. Credo sia inutile provare rabbia, rancore o disperazione per quanto avvenuto, poiché la veste che indosso mi ha insegnato a reagire razionalmente ad eventi come questo. >>

Le parole del reverendo Baker rimbombarono in ogni angolo della chiesa, e ancor più nel suo cuore, tanto che dovette interrompersi per via della commozione ma subito, asciugandosi le lacrime, riprese a parlare.

<< Come saprete Liz era mia figlia, la mia dolce bambina che pur essendo così minuta riusciva ad essere anche molto forte, la prima della classe, la prima che si adoperava per la preparazione degli eventi scolastici e soprattutto la prima a cui ci si poteva rivolgere con la convinzione di ricevere un buon consiglio.

La invidiavo per questo, è sempre stata la prima. Purtroppo anche a morire. >> ammise lacrimante, ma in generale nessuno poté evitare di piangere, Melinda, Brian, John, naturalmente Hope e Alan, e perfino Chris, finora esterno ad ogni rapporto con la ragazza dai rossi color fuoco.

Raramente nella contea di Fayetteville capitava di assistere al funerale di un adolescente.

Eithan sedeva accanto ad Hope, stringendole in segno di conforto, le mani.

<< Come ogni famiglia che si rispetti, io e Liz negli ultimi tempi non andavamo tanto d’accordo. Ho ancora davanti il suo corpo che la mattina scende le scale e distoglie lo sguardo dal mio, senza salutarmi perché arrabbiata con me, ogni notte la sento piangere perché lontana dal suo ragazzo, quel ragazzo che io le ho proibito di vedere. >> Alan si sentì preso in causa e con grande commozione annuì al discorso del padre di Liz, come volesse dirgli “purtroppo è acqua passata”.

<< Lancaster Alan >> la voce del reverendo divenne ancora più acuta, al che il ragazzo alzò lo sguardo verso la posizione dell’uomo.

Baker lo guardò serio, e straziato dal dolore.

<< Ti chiedo pubblicamente scusa. >> disse infine balbuziente, prima di inginocchiarsi per terra e cominciare più che un lungo pianto, un doloroso lamento. Alan lo raggiunse, e andò ad abbracciarlo poi entrambi si appoggiarono alla bara della ragazza amata, Hope in preda alla rabbia strinse i pugni prima di lasciarsi andare in un urlo di malinconia.

Tutti tacquero.

Solo dolorosi lamenti.

E sempre in silenzio, la gente accompagnò poi la bara di Liz fino alla macchina che l’avrebbe condotta al cimitero.

Una volta fuori dalla chiesa, una figura di spalle si coprì con un cappuccio nero e lesto corse, prima di perdersi in mezzo al bosco.

L’incappucciato aveva appena assistito al funerale della sua prima vittima, Liz Baker.

 

Capitolo#2 “Il tempo che hai vissuto”ultima modifica: 2012-11-11T13:58:21+01:00da g-ioacchino
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