Capitolo#1 “La speranza è l’ultima a morire”

Ad accorgersi dello schianto fu per primo John Miller, che uscendo fuori di casa corse subito per raggiungere l’auto incidentata nel cui interno riconobbe l’amica della piccola Hope.

Prima che le cose si aggravassero ancora di più, con le sue sole forze cercò di tirare fuori il corpo della giovane Liz e senza nemmeno pensarci la portò sulla sua Cadillac per poterla trasportare in ospedale poi chiuse la porta di casa Stewart e subito si infilò al volante.

La macchina corse più veloce che poteva con un Miller che non badò né a semafori né a precedenze, mentre, con la coda dell’occhio, ogni tanto guardava  il viso pallido e sanguinante della ragazza.

Una volta arrivato in ospedale chiese subito soccorso ad alcuni medici che stavano chiacchierando fra loro all’uscita del pronto soccorso e facendosi aiutare da essi a trasportare il corpo della ragazza all’interno dell’edificio, Miller prese subito il telefono cercando di avvertire almeno la stessa Hope, che d’altro canto, con Eithan e Alan, stava proseguendo la sua vana ricerca di Liz.

I tre uscirono ancora una volta fuori dalla palestra in cui si stava svolgendo il ballo e uno più affannato dell’altro, non riuscirono né a trovare Liz, né a vedere chi fosse l’incappucciato.

Molte cose ancora non quadravano.

Molte cose sarebbero state perse.

Ancora una volta il telefono di Hope squillò. I ragazzi si guardarono credendo fosse una chiamata dell’incappucciato, ma si tranquillizzarono quando Hope disse che a chiamarla era solo il maggiordomo di casa propria.

<< Pronto signor Miller?/ Cosa? Non la sento bene. C’è musica qui!/ >>

<< Dannazione Hope, vieni in ospedale. La tua amica Liz ha avuto un incidente. >> stavolta la voce di Miller si fece sempre più pomposa e certamente più chiara, che Hope riuscì a sentirla.

Aveva gli occhi sgranati, e subito cominciò a tremare poi tolse il telefono dall’orecchio.

<< Hope che succede? >> chiese Eithan.

 

Un equipe di quattro medici con camice bianco e mascherina dello stesso colore trasportò Liz sulla barella pronti a destinarla in sala operatoria, mentre un Alan lacrimante le restò accanto tenendole la mano fino all’ingresso della stanza nella quale i medici gli proibirono di entrare.

<< Sono il fidanzato, non potete proibirmi di entrare. >> Urlò ai medici con la speranza di essere capito.

<< Giovane sappiamo come ti stai sentendo ma è un nostro dovere vietartelo. >>

<< Per favore, fatemi entrare. Non voglio lasciarla >>

Le sue furono parole sprecate, solo tante amare lacrime.

<< Vi prego, fate il possibile per salvarla. >> sembrò quasi un imposizione, un comando a cui i dottori avrebbero dovuto sottostare. Non si era mai ritrovato in una situazione del genere e oltre a perdere il padre, rinchiuso in un ospizio, ed essere abbandonato dalla madre quand’era bambino, non avrebbe voluto perdere la sua ragazza, specie nella situazione in cui entrambi adesso si trovavano.

Allora accantonata l’idea di assistere all’operazione, Alan si lasciò andare fra le braccia di Hope, che insieme ad Eithan era andata con lui in ospedale, accompagnati da Michelle Fairbanks.

Non smise di piangere, nemmeno Hope lo fece e l’unico che, seppur dispiaciuto, si stava dimostrando il più razionale forse perché in nessun rapporto con la giovane dai capelli color fuoco fu lo stesso Eithan.

Per la prima volta fu vicino a quel nemico tanto odiato, quale Alan, e come un cenno di solidarietà, abbracciò quest’ultimo e la stessa Hope, poi staccandosi dall’abbraccio dei due ragazzi, Alan si portò di fronte alla porta della sala operatoria, inginocchiandosi per terra, immobile, rosso in viso e con gli occhi gonfi.

Senza rendersene conto riprese a piangere, e nel vederlo anche Hope, che si strinse sempre più forte fra le braccia di Eithan.

 

Da fuori il pronto soccorso, Michelle Fairbanks, che era venuta in ospedale con Eithan, Alan e Hope grazie alla chiamata fatta da Miller, consumò la sua sigaretta, avvolta in un giubbino nero di pelle che la riscaldava dal fresco notturno.

Arrivarono anche Melinda e Brian, con il quale la preside scambiò uno sguardo che sembrava nascondere qualcosa.

<< Salve signora Fairbanks, mia figlia dov’è? >> chiese preoccupata Melinda, mentre Brian, non fermandosi con la donna entrò subito nella sala d’attesa.

<< Segua suo marito Signora Stewart, la troverà di fronte alla sala operatoria. >>

<< Grazie. >> Melinda raggiunse subito il posto riferitole, e spontaneamente andò ad abbracciare Hope, mentre Brian passò dritto per entrare in sala operatoria, lui che avrebbe potuto farlo.

Eithan si sentì quasi di troppo in quella situazione che le era nuova, così seguendo il suo istinto andò a sedersi affianco ad Alan, standosene in silenzio e aspettando che fosse stato l’altro a proferire qualcosa, se ne avesse sentito il bisogno.

<< Non posso perderla >> balbettò Lancaster, guardando Mancini dritto negli occhi.

Non era mai capitato che i due parlassero faccia a faccia, se non la sera del litigio durante la conferenza per la riapertura dell’ospedale, e come se fosse stato un segnale mandato da Dio, quei due che in una sera in onore dell’ospedale avevano litigato, adesso si stavano confortando proprio in quel luogo.

Anche Eithan lo fissò e sentendo forse un istinto di fratellanza nei confronti di quell’altro, anche i suoi occhi cominciarono ad essere rigati dalle lacrime, affiancato sempre da un Alan che di smettere di piangere ancora non ne voleva sapere.

Avrebbe pianto tutta la notte se fosse servito, e avrebbe pianto tutta la vita se quella vita appesa ad un filo l’avesse abbandonato per sempre.

In sala d’attesa entrò anche Michelle, dopo aver consumato fino al filtro la sua sigaretta, e col suo portamento elegante, triste, si sedette a fianco a Miller osservando prima Melinda abbracciare la propria figlia piangente, e successivamente Alan ed Eithan seduti di fronte a quella grossa porta grigiastra.

Per ultimo, poggiò la sua mano sulla gamba del Maggiordomo come in segno di conforto a quest’ultimo, completamente estraneo a tutti i fatti avvenuti quella sera.

Il gruppo avrebbe passato quella lunga notte di tristezza in ospedale.

 

Jake Robert, il poliziotto con cui aveva parlato nel pomeriggio il tenente Derek Stevenson si rifece vivo dopo la mezzanotte nell’ufficio dell’uomo, bussando alla sua porta e poi venendo accolto subito dopo.

<< Mi dica tenente Stevenson. >> asserì mettendosi sull’attenti di fronte alla figura imponente del proprio capo.

<< Robert, serve un’altra pattuglia. Hanno appena chiamato da Mulberry Street con la notizia dello schianto di un auto ad un palo della luce. La ragazza coinvolta è già in ospedale grazie ad un uomo che si è accorto del tutto. Dobbiamo andare a controllare l’auto e ricostruire l’accaduto. >>

<< Della ragazza che si sa? >>

<< Ancora nulla, ma non credo che uscirà dall’ospedale saltellando. >>

<< Mandiamo la nostra pattuglia? >>

<< No, quella la portiamo con noi al parco per vedere se realmente esiste questa bambina sepolta, chiamane un’altra e mandala a Mulberry. >>

<< Ricevuto Tenente. >>

Salutando il capo con un altro “attenti”, il poliziotto uscì dalla stanza e subito si attivò per mandare un’auto della polizia di fronte casa Stewart, e nel mentre preparò gli altri uomini a raggiungere il parco in cui avrebbero effettuato gli scavi.

 

<< Su mettiti in posa Liz, sorridi, adesso slacciati il reggiseno e nascondi il petto con le mani, porta i capelli sul lato sinistro. >>

Liz lo guardò serio, senza fare alcuna cosa di ciò che Alan le stesse suggerendo.

<< Liz cosa c’è? Cos’hai? Perché mi guardi così? >> ma ancora la giovane continuò a fissarlo, quasi non lo conoscesse.

<< Dai Liz sorridi, fatti fare qualche foto. >>

<< Liz .. Liz. >> Il ragazzo la richiamò ancora prima di vederla scomparire come un fantasma di fronte ai suoi occhi.

<< Liz dove vai? >> urlò e con quell’urlo Alan si svegliò nella grigiastra sala d’attesa adornata solo da alcuni capezzali con le statue del signore e della madonna.

Realizzò di aver fatto un sogno, solo un sogno che per un attimo le aveva fatto rivedere Liz.

Nella stanza dormivano ancora tutti, Melinda col capo poggiato verso la spalliera di un’altra sedia, il maggiordomo con le mani incrociate verso il ventre e il corpo della preside disteso su tre sedie, neanche fosse un letto. Hope ed Eithan invece stavano riposando l’uno abbracciato all’altra seduti sul pavimento e con le spalle appoggiate al muro.

Né un medico che passasse di lì, ne qualche infermiere che sapesse dargli alcuna informazione, lì Alan era solo, lui e quella porta che di aprirsi non ne volle sapere, ma come si dice “la speranza è l’ultima a morire.”

 

Passata la mezzanotte, il Tenente Stevenson e la sua squadra si avviarono finalmente verso il parco, consci della tranquillità di quella zona e dunque speranzosi che tutti stessero dormendo.

Solo così sarebbero potuti passare inosservati, non che stessero facendo qualcosa di male ma far passare una voce di questo genere all’intera cittadinanza, avrebbe significato formare gruppi di pubblico di fronte al terreno che presto sarebbe stato scavato.

Una volta arrivati sul posto, muniti di torcia e di pala, il gruppo  posizionò le luci sotto un albero vicino al terreno e con le pale in mano cominciarono tutti a scavare nel medesimo punto, mentre Stevenson gironzolava a destra e sinistra controllando che nessuno li stesse osservando o forse speranzoso di poter incontrare chi gli aveva dato una così clamorosa notizia.

Si chiese che faccia potesse avere, il suo modo di vestire e soprattutto come facesse a sapere di questo seppellimento se ancora nessuno vi aveva scavato.

Che fosse una bufala? Che avesse assistito lui stesso alla scena e subito avesse chiamato? O nel peggior dei casi, se fosse stato lui stesso il colpevole della presunta bambina che avrebbero dovuto trovare?

Nella testa dell’uomo, un mare di domande ma come sempre in questi casi, nessuna risposta.

<< Allora come va? >> chiese accendendo una sigaretta.

<< Tenente, stiamo ancora scavando. >> rispose alle sue spalle un poliziotto di bassa statura, la cui uniforme si era ormai macchiata di fango.

Per fortuna aveva smesso di piovere.

<< Veloci ragazzi, non abbiamo tutta la notte. >>

<< Tenente, qui c’è qualcosa! >> urlò Robert continuando a scavare sempre più forte e dunque portando Stevenson a raggiungerlo.

<< Scava Jake, scavate ragazzi. Può essere ancora viva. >>

<< Tenente, come può essere ancora viva se è stata seppellita nel pomeriggio? Avremmo dovuto soccorrerla subito. >>

<< Cazzo, avevo saltato questo passaggio. Voi scavate ragazzi, ancora non c’è nulla di certo. >>

Sotto un cielo sempre più scuro, i poliziotti continuarono a scavare in quel pezzo di terreno mentre si potevano sentire i primi cinguettii degli uccelli che finora avevano riposato sugli alberi sovrastanti il fiume.

<< Allora? >> Stevenson divenne irrequieto.

<< Penso di essermi sbagliato poc’anzi Tenente, qui il terreno è piuttosto profondo. >> controbatté ancora Robert.

<< Ho trovato delle ossa, ci sono delle ossa. >> urlò un altro e Derek subito vi si affiancò.

<< Dove sono? >> chiese.

<< Eccole >> gliele mostrò il collega, prendendone uno fra le mani.

<< Qui ce ne sono altre >> affermò un altro e poi un altro ancora.

Quando ebbero finito di scavare, tutto il gruppo si alzò per vedere cosa realmente ci fosse in quella buca.

Ciò che trovarono sembrarono essere proprio le ossa di una bambina, ormai infangate e sudice.

 << Raccogliamo le ossa e portiamole ora stesso alla scientifica. Sapranno dirci qualcosa loro. >> ordinò Stevenson prima di raggiungere l’auto e aspettare lì che la sua squadra ritornasse.

 

Alle prime luci dell’alba, il cielo mostrò ampie nubi grigie con un timido sole all’orizzonte che sembrava prospettare la quiete dopo la tempesta, quella situazione di calma e tranquillità che si ha quando appena finito di piovere è possibile sentire l’odore del terriccio bagnato.

Ma se la tempesta non fosse ancora finita?

Il reverendo Baker raggiunse l’ospedale subito dopo aver ricevuto la chiamata di Hope. Per fortuna Miller oltre a prendere il corpo della ragazza era riuscito a recuperare anche la sua borsetta e grazie ad essa era stato possibile avvertire chi meritava di essere messo al corrente  delle cose.

Il taxi lasciò l’uomo al parcheggio dell’ospedale, prese i soldi del passaggio e subito si immerse nella strada lasciando un Baker, freddoloso e cupo in faccia, entrare al pronto soccorso.

<< Reverendo Baker >> esclamò Hope nel vederlo, dopo che tutti furono già svegli.

<< Dov’è mia figlia? >> domandò ansimante l’uomo guardandosi intorno e incrociando il proprio sguardo con quello di Alan, ancora seduto di fronte all’entrata della sala operatoria.

<< Non abbiamo ancora notizie, è lì dentro da stanotte. >> rispose la ragazza indicandole proprio la zona in cui sostava lo stesso Alan.

<< Ma cos’è successo? Perché mai ha preso la macchina di nascosto? >>

<< Guardi reverendo non glielo so spiegare, al momento ciò che preoccupa è la salute di sua figlia. >>

<< Che il signore possa aiutarla. >>

<< Lo speriamo tutti. >> Hope concluse il discorso, voltandosi verso gli altri, poi Eithan si propose di andare a prendere un caffè per tutti. Hope lo seguì.

<< Si risolverà tutto, tranquilla. >> cercò di confortarla una volta davanti al distributore.

<< Lo spero vivamente … >>

<< è una situazione nuova per tutti, questa. Bisogna solo saper accettare tutto quello che capita. >>
<< Noto un certo pessimismo nelle tue parole, Eithan. >>

I due si guardarono.

<< Non sono pessimista, cerco solo di essere realista. >>

<< Al momento non serve nulla di tutto ciò, la fede ci aiuterà. >>

A quelle parole Eithan sospirò in segno di disaccordo.

<< Cosa c’è? >> fu spontanea la domanda della ragazza.

<< Come puoi credere in momenti come questi nella fede, in Dio? Non credi che se sarebbe esistito realmente, tutto questo non sarebbe accaduto? >>

Hope abbassò lo sguardo verso i piedi, riconoscendo nelle parole del giovane una certa verità.

<< Magari deve andare così. >>

<< Vada come vada, Dio non c’entra nulla. Macchiato? >>

La ragazza non capì.

<< Dico il caffè, macchiato o no? >>

<< No preferisco un caffè normale, per i miei invece macchiato grazie. >>

Con loro non c’era nessun’altro in stanza, loro due e un distributore di caffè e mentre Eithan selezionava un caffè dopo l’altro a Hope venne l’impulso di poggiare la sua mano sulla spalla del ragazzo, che conseguentemente la guardò.

<< Volevo dirti grazie. >> sussurrò lei.

<< Grazie di cosa? >>

<< Per essere rimasto qui, e per avermi fatto compagnia questa notte. >>

<< Era il minimo che potessi fare Hope, guarda il lato positivo delle cose, abbiamo dormito insieme e abbracciati. Potremmo definirci sposati sai? >> ironizzò facendole l’occhiolino.

Anche lei sorrise, poi rispose.

<< Beh una coppia di sposati con torcicollo e mal di schiena, ho dormito malissimo stanotte. >>

<< Beh io non posso dire la stessa cosa >> ancora ironizzando asserì Eithan, che non appena preso l’ultimo bicchiere di caffè invitò la ragazza a seguirlo per raggiungere la sala d’attesa.

 

Dopo ore ed ore chiusi in una stanza buia a cercare di salvare quella vita in bilico, il primo ad uscire dalla sala operatoria, con addosso un camice bianco, fu lo stesso Brian seguito poi dal gruppo di medici che avevano passato la notte lì dentro con lui.

Nel vederlo, per primo Alan e poi gli altri si alzarono di scatto, speranzosi di ricevere una buona notizia.

La loro fu solo un amara illusione.

Capitolo#1 “La speranza è l’ultima a morire”ultima modifica: 2012-11-04T18:13:00+01:00da g-ioacchino
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