Episodio#21 “Due e una notte”

Le sue scarpe continuarono a calpestare il terriccio di quella radura boscosa, durante una fredda e ombrosa notte.

Hope camminò facendo ben attenzione a dove mettesse i piedi, si era persa, e affannata cercava un rimedio per uscire il prima possibile da quel luogo tenebroso dove l’ululare di un lupo e il soffio di vento che sfiorava le foglie di alcuni cespugli la misero più in ansia di quanto si aspettasse.

Sembrava essere una via senza uscita e senza un minimo accenno di luce, scappare da quel posto si rivelò un ardua impresa ma tra un passo e un altro la ragazza fu sul ciglio di una strada, forse una statale, completamente deserta. Notò le sue scarpe macchiate di fango, poi si strinse sempre più forte a sé con la speranza di sentire meno freddo e intristita sedette per terra aspettando i fari di una qualche auto che, per qualche strano motivo, sperava sarebbe passata di lì.

Con i capelli sudici e la pelle umida, si alzò quando una certa luce si intravide in lontananza. Subito, senza pensarci si portò al centro della strada prima di vedere un’auto arrivare, e speranzosa cominciò a far segno con le mani senza ricevere alcun cenno di ricezione del segnale da chi guidava. Mano a mano che l’auto si avvicinava Hope riuscì a vedere una figura in cappuccio guidare e quella fu la sua ultima vista, prima che gli abbaglianti la trafiggessero del tutto.

Era solo stato un brutto sogno, e nel cuore della notte Hope balzò di scatto con la paura di trovare quell’anonima figura in camera sua. Ma, era solo stato un brutto sogno. Niente di più.

Sudata si alzò dal letto, poi tolse le lenzuola che finora avevano continuato ad avvolgerla e in tutto silenzio raggiunse il bagno.

Il suo volto si riflesse nel piccolo specchio posto sopra il lavabo, fece uscire un po’ d’acqua dal rubinetto prima di sciacquarsi le guance e quindi successivamente asciugarsi, nonostante il terrore di quell’incubo appena fatto continuasse a tormentarla anche quando fu di nuovo in camera sua.

Guardò se tutto era al proprio posto, il libro sopra il comodino, i vestiti tolti la sera prima sulla poltroncina in pelle marrone ed infine la porta della sua camera chiusa a chiave.

Solo dopo che si convinse che quello fosse stato solo un brutto sogno e nient’altro di più si distese di nuovo sul letto ricoprendosi fino al collo con le lenzuola.

Si addormentò subito dopo.

Quello non fu però l’unico sogno che finora la ragazza aveva fatto a riguardo di una figura in cappuccio poiché già da quando aveva avuto la certezza che un certo incappucciato sembrava essere sulle sue tracce e su quelle dei suoi “amici”, le era capitato di sognare cose simili: cappucci neri che coprivano il volto di bocche sorridenti, figure sfocate che le si rivolgevano con fare misterioso ed infine delle bambine che sedute per terra all’interno di una soffitta la invitavano a vedere ciò che avevano appena disegnato sui propri fogli.

Da quando infatti aveva scoperto altre bozze all’interno di casa Mancini i suoi dubbi su un presunto legame fra le due famiglie si fondarono sempre più fino a dubitare della sincerità della madre nei suoi confronti, ma era stato un pensiero che presto avrebbe scacciato.

Eppure molte cose continuavano a non quadrare, la foto di quella bambina che tanto le somigliava, il vestitino e le scarpette che nonna Marie le aveva fatto trovare sul proprio letto e che ora Hope custodiva gelosamente all’interno del suo armadio, i fogli rinvenuti  in casa di Eithan ed infine quel dialogo fra la madre, il maggiordomo e la nonna, che tuttora non riusciva a dimenticare.

Quale segreto sarebbe stato così scandaloso da mandare in rovina una bella famiglia, che nonostante tutto, continuava ad essere felice?

Con mille interrogativi per la mente, la ragazza si svegliò alle prime luci del giorno, consapevole che quello sarebbe stato un giorno speciale. Era il compleanno di Liz ed era il giorno del famoso ballo per cui tanto i ragazzi si erano impegnati nei preparativi.

Due settimane passarono in fretta ma niente era cambiato.

Liz continuava la sua clausura all’interno della propria casa, succube di un padre che cercava ad ogni modo di proteggerla, Eithan sembrava aver chiuso definitivamente con Greta che forse in quello sguardo rivolto ad Hope in ospedale c’aveva visto lungo ed infine Alan che meno di tutti si era impegnato nella preparazione dell’evento, dopo che lo sguardo ravvicinato con Chris lo aveva portato a non presentarsi più ai restanti incontri.

Spalancando la finestra della propria camera, Hope ritornò in bagno e si guardò ancora allo specchio non potendo far a meno di pensare all’incubo fatto durante la notte e a quelli fatti nei giorni prima.

Quanto sarebbe durata?

 

Si dice che giunta l’età in cui puoi prendere la patente si diventi più indipendenti, più maturi e liberi di fare le proprie scelte ma non è per tutti così, o meglio non è così per Liz che quella stessa mattina si alzò più triste del solito.

Da quando la sua storia con Alan era finita, la ragazza passava la maggior parte del suo tempo chiusa in camera sua a fissare il soffitto e perdersi in vecchi ricordi che la portavano ad essere vicina, seppur materialmente lontana, al proprio fidanzato. Così facendo sperava di poter, in un certo modo, intenerire il padre che a sua volta avrebbe dovuto abbassare la guardia ma ogni obiettivo da parte della giovane si rivelò vano, tanto che da due settimane circa padre e figlia avevano cominciato a perdere anche le normali abitudini quotidiane: il pranzo assieme, la cena ed infine la spesa.

Eppure svegliandosi così giù di morale, Liz sapeva che quello sarebbe stato comunque un grande giorno, anche se non avrebbe potuto festeggiare il suo compleanno come voleva.

Ci sarebbe stato il ballo in serata e questo bastava e avanzava, ma ben presto le sue intenzioni si rivelarono solo amare illusioni.

Si alzò dal letto e senza neanche passare per il bagno, raggiunse il piano di sotto dove trovò il padre seduto su una poltrona, intento a leggere alcuni passi della bibbia.

Tanta era la sua collera nei confronti della figlia e questo comportò a far sentire ancora di più la mancanza della madre, morta quando la piccola Liz aveva ancora cinque anni o poco meno.

<< Buongiorno >> gli si rivolse imbarazzata.

<< Buongiorno. >> secco, le rispose il padre.

<< Sei sveglio da tanto? >>

<< Giusto il tempo per fare colazione. >>

<< Ah, hai già fatto colazione? >>

<< Certo, non avevo nessuno da aspettare. Non ho nessuno da aspettare in questi ultimi giorni. >> Il reverendo Baker chiuse il libro che stava leggendo e togliendosi le lenti da riposo si voltò verso di lei.

<< Io non ho nessuno che mi capisca, siamo sulla stessa barca. >>

Liz controbatté con tono sicuro.

<< Tua madre non sarebbe fiera di quelle foto, figlia mia. >>

<< Mia madre non sarebbe neanche fiera di come tu mi stai trattando. >>

<< Lo sai che lo faccio per il tuo bene. >>

<< Cosa fai per il mio bene? Farmi stare a casa ventiquattro ore su ventiquattro? >>

<< Non la vedere in questa maniera. >>

<< Beh, mia madre non sarebbe neanche fiera delle tue risposte. >>

<< Ora stai esagerando Liz, so come mi sto comportando e so che lo faccio per te. Anche tua madre lo sa. >>

Le lacrime cominciarono a rigare il volto della ragazza.

<< Sei un reverendo o sbaglio? Dovresti insegnare la pace, non chiudere i propri figli in casa quando c’è qualcosa che non va. Dov’è il tuo Dio quando serve reverendo Baker? >>

<< Da quando mi chiami reverendo Baker? >>
<< Da quando tu mi tratti come un estranea. E vuoi sapere un ultima cosa? Oggi è il mio compleanno e te ne sei completamente dimenticato. >>

La voce della ragazza sembrò spezzarsi, mentre stavolta fu il padre a cominciare a lacrimare.

<< Festeggeremo stasera io e tu, non me ne sono dimenticato. >>

<< Mi spiace, ma stasera vado al ballo scolastico! >>

<< Da quando hai avuto la libertà di andare al ballo? >>

<< Da quando decido io per me, e non tu. >>
Con queste ultime parole Liz uscì dal salotto e ritornò nella propria camera.  Piangendo si distese sul letto, prima di prendere il cuscino e lanciarlo contro la parete.

 

Da quando si erano trasferiti a Fayetteville, la vita della famiglia Stewart era completamente cambiata e certamente non in meglio. Tra buste anonime ricevute, esplosioni, furti in casa e chi più ne ha più ne metta il loro primo anno in quella piccola contea non fu un anno facile.

E quando ci si stava convincendo, soprattutto Melinda e il Maggiordomo, che il peggio era ormai passato, il peggio si preparava ad arrivare.

Un uomo sulla quarantina con i capelli brizzolati, folte sopracciglia e la barba incolta se ne stava dietro la sua scrivania, con tanto di divisa da carabiniere e il cappello posizionato sul proprio tavolo.

Le porte d’accesso si aprirono più di una volta per far entrare altri poliziotti con alcuni uomini in manette, certuni accusati di furto in banca, altri di stupro ed infine anche uno accusato di tentato omicidio alla propria moglie.

L’uomo,  Il tenente Derek Stevenson, lo riportava la sua targhetta sulla scrivania, li fissò uno ad uno con quello sguardo che è tipico di un uomo in divisa. Bevve alcuni sorsi dalla sua tazza di Thè fumante prima di ritornare a guardare il notiziario, prima di ricevere una telefonata.

<< Pronto, Polizia di Fayetteville! >> la sua voce era una voce sicura, forte e da professionista.

<< Pronto, polizia di Fayetteville! >> ripeté non sentendo nessuno dall’altro lato della cornetta.

<< Pronto? >> richiamò ancora una volta, poi si decise a chiudere la telefonata.

Ma ancora una volta il telefono squillò..

<< Pronto, Polizia di Fayetteville! >>

<< Pronto! >> stavolta a rispondere fu una voce, quasi sicuramente maschile, una voce misteriosa e vaga.

<< Mi dica. >> Derek cominciò il dialogo, come era giusto che fosse, ma quell’altro sembrò non rispondere, ancora.

<< Guardi, sa benissimo che possiamo rintracciare il suo numero e sbatterlo in galera se ha voglia di scherzare con la polizia. >>
Dall’altra parte, quella voce sussurrò qualcosa.

<< Cosa dice, parli più forte non sento. >>

<< 1567 Duke Park >>

Il tenente appuntò subito l’indirizzo appena riferitogli.

<< Cos’è successo? >> lo incitò a parlare.

<< Una bambina, sepolta. >>

Lo sguardo di Derek divenne serio e preoccupato.

<< Lei chi è? >> domandare fu lecito, ma a staccare stavolta fu quell’altro spingendo Derek a chiedere soccorso ad alcuni colleghi e fare una passeggiata per l’indirizzo che gli era stato dato.

 

Per le undici circa della mattina, Greta Anderson andò a bussare alla porta di casa Mancini, speranzosa di poter avere un dialogo con Eithan che riportasse i due ad avere lo stesso rapporto di prima. D’altronde erano cresciuti assieme, avevano condiviso molto e certo lasciarsi per una motivazione così futile non era una cosa accettabile.

Sapeva di non sbagliarsi su quello sguardo, ma sapeva che avrebbe usato tutte le sue forze per evitare che il suo ragazzo si allontanasse da lei.

Ad aprirle non fu Gordon, come la precedente volta, ma lo stesso Eithan, che stranito nel vederla la invitò ad entrare.

Sedettero in cucina.

Gordon dormiva ancora.

<< Come mai questa visita? >> chiese il ragazzo mentre versava dell’acqua nel suo bicchiere e in quello di Greta.

Quest’ultima esitò a rispondere, strinse i pugni nelle gambe aspettando di trovare le parole giuste o forse aspettando che a cominciare il dialogo fosse lui.

<< Ti ho fatto una domanda, Greta! >>

<< Va bene, mi manchi Eit. >>

<< Ah ti manco? Però in questi giorni non ti sei fatta viva. >>

<< Nemmeno tu >>

<< Io non avevo sbagliato nulla. >>

<< Eithan, ho visto come la guardavi, non negare. Ti piace, lo so.>>

<< Ripeto che tu sei pazza, mio Dio stai male. >>

<< Mi hai pensata in questi giorni? >>

<< Più di quanto credi. >>

Greta sorrise, sollevata da quella risposta mentre Eithan rimase comunque impassibile.

<< Ti ho pensato tanto anch’io, ma dovevo riflettere >>

<< E qual è la conclusione a cui sei arrivata? >>

<< Che non ti voglio perdere Eit, per nessun motivo al mondo. >>

Eithan continuò a guardarla e a bere il suo bicchiere d’acqua, ma non rispose.

<< Ancora silenzi.. >> esclamò lei.

<< Toh. Ecco, un rumore. >>

<< Senti Eit, so che ce l’hai con me, sono stata una stupida a chiudere tutto ma ero arrabbiata. >>

<< Non ho mai concepito chi dice che sbaglia solo perché arrabbiato, o sbagli o sbagli, indipendentemente da quale sia il tuo stato d’animo. >>

La ragazza abbassò lo sguardo, e cominciando a rigare il proprio volto di lacrime gli si gettò al collo, abbracciandolo.

Eithan ricambiò il gesto, e forte la strinse a sé.

Quando si separarono, si trovarono a pochi centimetri di distanza quindi cominciarono ad avvicinarsi sempre più fino a baciarsi, lei gli sedette di sopra e lentamente cominciò a baciargli il collo, prima che Eithan stesso si bloccasse.

<< Cosa c’è? >> domandò Greta.

<< Non me la sento, le cose sono cambiate Greta. >>

<< In che senso? >>

<< Non mi puoi lasciare senza un motivo valido e poi arrivare così dal nulla e chiedermi di tornare assieme. >>

<< Ma ci amiamo Eit, ci amiamo. >>

Il ragazzo la guardò seriamente, ancora senza risponderle.

<< Un altro silenzio, bene ho capito Eit. >> Lei si alzò e sistemandosi i capelli, prese la sua borsa prima di avviarsi per l’uscita.

<< Buona fortuna Eit. >> esclamò arrabbiata, prima di sbattere la porta e uscire fuori.

Serio, Eithan la guardò fare poi andò a richiudere la porta.

Era arrivato forse il tempo dei cambiamenti?

 

Nel primo pomeriggio a bussare alla porta di casa Baker fu la stessa Hope, che con delle buste in mano, venne invitata ad entrare dallo stesso reverendo.

<< Salve reverendo Baker >> salutò cortesemente con quel suo fare timido e imbarazzato.

L’uomo le fece un cenno con il capo poi richiuse la porta.

<< Cosa sono queste? >> chiese in riferimento alle buste che la ragazza teneva sui polsi.

<< è un piccolo pensiero per il compleanno di sua figlia, ho pensato che potesse farle piacere. >>

<< Beh viste le cose ultimamente, non so cosa possa farle piacere per davvero. >>

<< La libertà è un bene a cui nessuno dovrebbe sottrarsi, senza di essa si correrebbe il rischio di diventare schiavi, come un tempo, o di annullarsi, nel caso peggiore. >> Hope citò un passo del libro che ultimamente aveva letto, tanto che lo stesso uomo ne fu colpito.

<< è una poetessa? >>

<< No, solo una lettrice di libri che danno insegnamenti morali. >>

Il reverendo sorrise poi lasciò Hope per le scale affinchè questa raggiungesse Liz al piano di sopra.

Vedendo arrivare la sua amica, Liz si alzò subito dal proprio letto.

Era la prima volta che Hope mettesse piede in casa sua.

<< Hope che ci fai qui? >>

<< Ehi Liz, nulla, facevo due passi e ho pensato di comprarti un pensierino. >>

<< Uno solo? Diviso per due buste? >> Liz sorrise.

<< Beh l’altro non è proprio un mio pensiero. >>

<< Alan vero? >> La ragazza dai mossi color fuoco capì subito.

<< Si, ha voluto comprarti anche lui qualcosa. È triste Liz, ci ho parlato stamattina >>

<< Anch’io non ci sto bene Hope, ma sai anche tu i problemi che sto avendo con mio padre negli ultimi tempi. >>

<< Eppure sembrava tanto tranquillo quando mi ha visto. >>

Anche Hope sedette sul letto e assieme all’amica cominciò a scartare le buste per mostrarle cosa contenessero.

Il regalo della bionda ragazza era un maglioncino color panna con sopra ricamato il suo nome.

Liz ne fu contenta.

<< Apri quello di Alan adesso, credo ti piacerà. >>

E così la ragazza fece.

Portando il grande scatolo sulle minute gambe cominciò a slacciarlo dei grandi fiocchi rossi di cui era adornato, poi lo vide, un lungo abito da sera color nero con un bigliettino di sopra.

Questo, lo indosserai stasera. Non sarà una foto a separarci.”

Leggendo il bigliettino, Liz cominciò a piangere spingendo Hope stessa ad abbracciarla e a distendersi con lei, poggiando la testa su quel cuscino già impregnato di lacrime.

 

Al ballo in onore di coloro che avrebbero preso il diploma, Eithan e Greta si erano sempre presentati assieme.

Come coppia, di problemi ne avevano avuti tanti ma mai finora erano arrivati ad una tale conclusione, avevano superato le gelosie da parte di uno e dell’altro, l’essere troppo possessivo da parte di Eithan, avevano superato le incomprensioni e la mentalità diversa e in tutto questo era maturato in loro la convinzione che niente e nessuno avrebbe potuto separarli nonostante negli ultimi tempi il loro rapporto fosse diventato sempre più piatto e fatto di solo sesso, ma da parte sua Eithan pensava che fosse solo una fase momentanea, di passione e di fuoco, che presto sarebbe finita, mentre Greta d’altro canto credeva in quel rapporto anche se fatto di solo sesso.

Di fidanzati ne avevano avuti tanti, sia lui che lei, eppure mai come loro erano riusciti a stare per così tanto tempo assieme.

Non presentarsi assieme al ballo fu per i due un primo cambiamento.

Il ragazzo passò la sua giornata come sempre, con l’unica differenza che invece di stare con Greta, nel pomeriggio passò del tempo con la sua comitiva.

Greta invece, radunò le sue tre amiche, Majandra, Rose e Paige, in casa sua, approfittando della continua mancanza dei genitori, sempre fuori per lavoro.

Avrebbero passato il pomeriggio in casa e poi in serata sarebbero andate assieme al ballo.

<< Allora raccontaci >> esclamò Paige mentre le altre sedevano per terra attorno a delle bottiglie di birra.

<< Si dai, come mai hai chiuso con il signor Mancini? >> chiese ancora Rose mentre Majandra, da sotto la sua frangetta  nera nascondeva il suo sguardo di ghiaccio.

Greta lasciò domandare le sue amiche, poi rispose tranquillizzando gli animi di tutte.

<< Ragazze non preoccupatevi, non è ancora tempo per dire basta alla mia storia con Eithan. >>

<< Quindi che facciamo? Brindiamo alla nostra riunione di sole ragazze, senza alcun Mancini in mezzo? >> domandò ironica Paige, tal ché  il quadretto prese le bottiglie di birra e cominciò a sorseggiare, sorridenti.

 

Brian Stewart cominciò a girovagare per le stanze della propria casa senza qualcuno che gli stesse intorno.

Pian piano si era completamente ripreso, nonostante riportasse tante cicatrici, ma queste sarebbero solo stati dei segni con cui avrebbe convissuto molto piacevolmente.

In cucina incontrò John Miller.

<< Miller, cosa ci fa in cucina? >>

<< Salve signor Stewart. Nulla di interessante, sto finendo di pulire le ultime cose e poi vado a comprare il tabacco da fumare. >>

<< Ahi questo vizio >>

Miller sorrise.

<< Me lo porterò nella tomba, signor Stewart. >>

<< Si dice che nella tomba ci si portino i segreti non i vizi. >> L’uomo volle ironizzare, ma Miller divenne serio.

<< Beh, credo che ci porterò anche quelli. >> rispose, facendo un allusione al suo di segreto.

<< Mia moglie dov’è? >>

<< L’ho vista salire nella camera da letto poc’anzi. Doveva scegliere il vestito per stasera, ha detto. >>

<< Ha intenzione anche lei di andare al ballo? >>

<< Ci andremo tutti signor Stewart, se non sbaglio sarà pure premiato per il lavoro svolto all’ospedale. >>

<< Come faccio a non sapere che verrò premiato? >>

Miller sorrise, poi sussurrò qualcosa.

<< Signor Stewart, che resti fra noi, è più amato dello stesso sindaco del paese, quindi certe notizie è meglio non farle girare troppo in fretta. >>

Brian capì subito che una tale notizia fosse arrivata tramite una lettera dalla scuola stessa quindi non continuando il dialogo, si limitò ad un altro sorriso, prima di salire al piano di sopra per raggiungere Melinda.

 

Dopo aver ricevuto la telefonata anonima, il Tenente Derek Stevenson e alcuni colleghi, subito, si organizzarono per raggiungere l’indirizzo riferitogli a telefono, non prima però che l’uomo avesse ascoltato di continuo la telefonata avuta con quell’inusuale voce misteriosa.

Tramite altri poliziotti, addetti ai computer, cercò di recuperare il numero del mittente o almeno il posto da cui la chiamata era partita ma era un compito che come ogni volta avrebbe impiegato ore di tempo, motivo per cui Derek decise di abbandonare momentaneamente la teoria e passare subito alla pratica, così aspettando che una pattuglia arrivasse alla centrale si recò ai distributori per prendere una bottiglietta d’acqua prima di essere raggiunto da un collega, un uomo sulla trentina, brizzolato di capelli e con gli occhi chiari.

<< Tenente Stevenson >> proferì quest’ultimo, mostrando in volto una certa serietà. Aveva i capelli neri e qualche ruga qua e là per la faccia.

<< Mi dica, Robert. >>

<< Io e la squadra siamo già pronti, abbiamo appena avuto l’appoggio del Sindaco di poter scavare in un parco pubblico. >>

<< Bene, anche se avremmo scavato lo stesso in quel posto, con il Sindaco o meno. >> convinto asserì Derek, mentre l’altro continuò a guardarlo serio.

<< Una chiamata anonima in pieno pomeriggio che annuncia una tale cosa mi sembra alquanto sospetta, ci deve essere un fondo di verità. >>

<< Non ne dubito Tenente, ciò che mi preoccupa è come fare per evitare che si diffonda la voce. >>

<< Nessuna voce sarà diffusa Robert, tranquillo. Raggiungeremo il posto in serata, per adesso è meglio che il vicinato del parco se ne stia tranquillo. >>

<< Afferrato.>> Concluse il collega.

 

Quella che i metereologi annunciarono come una bella giornata di sole si trasformò in prima serata in una violenta pioggia, con un cielo completamente ricoperto da nubi buie e solo all’orizzonte si intravide un piccolo pezzo di cielo libero con qualche stella qua e là.

Hope guardò il fenomeno dalla finestra della propria camera prima che Melinda irrompesse nella stanza.

<< Mamma, che eleganza. >> proferì nel vedere la madre con addosso un lungo abito nero scintillante.

<< Grazie, quest’abito è un regalo di tuo padre di qualche anno fa. >> rispose entusiasta Melinda.

<< Ed io che pensavo che non avresti mai messo un vestito per la seconda volta. >>

Le due sorrisero.

<< Come mai non sei ancora pronta? >>

<< Sinceramente stavo pensando di non andarci, il tempo sembra non volerlo e le cose fra i ragazzi non sembrano andare alla grande. >>

<< Cosa vuoi dire? >>

<< Nulla mamma, tranquilla. >>

<< Una volta mi confidavi tutto Hope. >>

<< Già, anche tu una volta mi dicevi tutto. >>

<< Non ti ho mai nascosto nulla, amore. >>

<< Eppure chissà perché ho la sensazione che debba dirmi qualcosa, qualcosa che ha a che fare con il tuo passato. >>

Melinda rabbrividì, quasi il suo sguardo divenne di ghiaccio.

<< Ho detto qualcosa di sbagliato? >> continuò a provocarla la figlia, vedendo il cambiamento del suo stato d’animo.

<< Nulla Hope, nulla. >> disse Melinda balbettando, poi continuò.

<< è meglio che tu ti prepari, quand’ero giovane non mi sono mai persa un ballo. >>

Con queste ultime parole, Melinda lasciò Hope ritornare alla finestra e guardare quel fenomeno tanto strano, mentre in cuor suo si fece viva la sensazione che qualcosa di brutto sarebbe potuto accadere.

 

Intanto la pioggia non cessò nemmeno per un attimo, e continuò fino alle ventidue circa quando tutto fu pronto per poter dare inizio al ballo tanto atteso nelle ultime due settimane.

Hope decise ugualmente di presentarsi, con tanto di vestitino grigio lungo fino alle ginocchia e i capelli lasciati ondulare sulle spalle mentre i genitori la videro scendere dalle scale in tutta la sua eleganza prima che Miller li accompagnasse a scuola, Eithan fu anch’esso pronto con la sua giacca e il pantalone nero e anche Gordon alla fine sembrò convincersi ad andare in quella che si sarebbe prospettata più come una riunione di famiglie che un semplice ballo scolastico. Greta azzardò una scelta che ad Eithan, se fossero stati ancora fidanzati, non sarebbe certamente piaciuta: un vestito colore nero, che a malapena le copriva il bacino e che al contrario le lasciava scoperte le spalle.

In qualche modo cercava di provocare la gelosia nel ragazzo. E nonostante la serata stesse per iniziare, chi pensò veramente di non presentarsi fu Alan, ancora confuso dall’atteggiamento avuto da Chris durante i preparativi per il ballo, non faceva che pensare a quel momento, quasi come stesse per avere dei seri problemi legati alla sua personalità e ai suoi gusti in fatto di bellezza.

E se avere Chris di sopra, sentire il suo respiro, fosse stato per lui una fonte di piacere? Se non altro, ciò gli permise di non pensare più alla sua rottura con Liz, che d’altro canto, non avendo ancora rimediato ai suoi rapporti col padre decise di presentarsi

anche contro la sua volontà al ballo, indossando il vestito che lo stesso Alan le aveva fatto come regalo di compleanno.

Michelle Fairbanks arrivò puntuale all’appuntamento,  posizionando la sua Porsche nera nel parcheggio della scuola e giungendo a piedi, con i tacchi traballanti, fino all’entrata della palestra dove ad accoglierla vi furono due buttafuori, ingaggiati da lei stessa in caso di liti, li salutò entrambi, costoro stupiti da cotanta bellezza,  poi si avventurò all’interno.

 

Certamente i ragazzi lavorarono duro durante i preparativi tanto da trasformare la palestra in un vero e proprio locale notturno con tanto di cassa per chi avesse voluto lasciare la propria roba al sicuro, pochi privè riservati ai soli professori ed infine un’intera sala per poter ballare e servirsi di bevande e rustici, circondata a destra e sinistra da alcuni tavoli adornati da piccoli vasi con delle rose all’interno, i festoni preparati da Eithan e Hope sovrastarono i grandi cornicioni posti all’uscita della sala, mentre i fazzoletti a forma di mazzi di fiori furono cautamente costruiti dalla stessa Liz.

Pian piano cominciò ad arrivare gente, Eithan si presentò con la sua comitiva nonché suoi compagni di squadra, Greta arrivò con le amiche con le quali aveva passato il pomeriggio mentre Hope venne accompagnata dal Maggiordomo che lasciò lei e i suoi genitori e successivamente con la macchina presa di nascosto al padre arrivò anche Liz.

Liz e Hope si incontrarono di fronte un tavolo di sole bevande e quasi come a voler ripetere la sera del loro primo incontro, la rossa dai capelli mossi si accostò alla bionda amica informandola di volere una bevanda all’arancia. Hope che capì l’intento dell’amica cercò di ricordare il dialogo avuto mesi prima, durante la sera della conferenza.

<< Ehi non si paga più? >> asserì ironica.

Liz sorrise, continuando.

<< Scusami, tieni … >> fece la finta di avere alcune monete in tasca, anche se in realtà di tasche in quel vestito non ve ne erano, poi allungò la mano come se volesse darle i soldi appena presi dalla presunta tasca.

<< Non bastano! >> seria ma con fare ironico le si rivolse Hope.

<< Ho solo questi purtroppo. >>

<< Un’altra che non vuole pagare, pur essendo la figlia di un mostro della religione. >>

Le due cominciarono a ridere.

<< Era un’altra giovane che non vuole pagare, ed era mostro della medicina non della religione. >> Liz la corresse, ricordando perfettamente il dialogo di tempo fa.

<< Si lo so, ma ho dovuto adattarmi alla tua famiglia non alla mia. >>

<< Ah beh se la metti così allora, mio padre è un mostro della religione. >> ancora ironica, Liz.

<< Ma come fai a ricordare tutto di quella sera? >>

<< Non scordo mai le cose che mi fanno ricordare le persone a cui voglio bene. >>

Hope fu sorpresa da quell’affermazione, tanto che allungando le braccia verso l’amica le si gettò al collo con l’intento di abbracciarla, poi presero a bere la rispettiva bevanda all’arancia.

<< Hope, la bevanda all’arancia era inclusa nei riferimenti a quella sera, io odio l’arancia. Un drink va più che bene. >> Liz se la rise, divertita nel vedere Hope ignorare quali cose Liz dicesse sul serio e quali no.

 

Verso le ventitre circa, la serata cominciò a movimentarsi fin quando la palestra non fu definitivamente piena.

<< Non vedevo così tanta gente dai balli dei nostri tempi. >> Melinda, sfiorò la mano del marito, intento a guardare l’andirivieni delle persone.

<< Già, amore. Siamo vecchi. >> rispose Brian un po’ malinconico.

<< Non siamo vecchi, siamo solo un po’.. beh.. un po’ cresciuti. >>

La donna gli sorrise.

<< Sei bellissimo stasera. >> continuò, fissandolo negli occhi.

<< Tu sei sempre bellissima Mel, come lo eri quando fosti eletta reginetta al nostro ultimo ballo. >>

<< Fammi ricordare, quello in cui sei salito sul palco tutto ubriaco e hai urlato alla gente “sono il re della serata, o sudditi, prostratevi ai miei piedi?” >>

I due cominciarono a ridere, quasi a crepapelle.

<< Avevo dimenticato questo piccolo dettaglio. >> Brian non riuscì a smettere di ridere.

<< Immagino ricorderai anche il post serata quanto meno.. >> Melinda sembrò provocarlo, rivolgendosi con tono sensuale, ammiccando gli occhi.

<< Scommetto in una bella e focosa notte d’amore, sul tetto di una macchina sotto la luna e le stelle. >> sicuro, rispose lui.

<< Ah, sbagliato. Ti abbiamo trasportato io e Gordon fino a casa tua, e quando i tuoi si sono svegliati e hanno visto com’eri ridotto non ti hanno fatto uscire per una settimana. >>

Ancora risi, abbracci e carezze prima di vedere arrivare Gordon.

<< Parli del diavolo, spuntano le corna. >> proferì Brian, seccato.

<< Tutto avrei immaginato tranne che quell’ubriacone si presentasse questa sera al ballo. >>

<< Magari vorrà vedere il proprio figlio ballare con la propria fidanzata. >>

<< Non credo gliene sia importato qualcosa, mai. >>

<< Beh allora avrà pensato di trovare chissà quanto alcol.>>

 

Tra la folla intanto si intravidero anche Alan e lo stesso Chris, convintolo a venire dopo essere passato da casa sua.

L’imbarazzo fu tanto, Chris cercò di sciogliere ogni silenzio mentre Alan, ogni tanto, gli dedicò qualche attenzione prima di incrociare il proprio sguardo, da lontano, con quello di Liz.

<< Hope c’è Alan >> sussurrò Liz all’orecchio dell’amica, una volta vistolo. Anche Chris vide la ragazza, tanto da prendere sotto braccio il proprio amico e portarlo davanti a lei.

I quattro furono adesso uno avanti all’altro.

<< Salve ragazzi, quanta eleganza. >> affermò Hope.

<< L’eleganza è tutta vostra, belle fanciulle. >> continuò Chris.

Alan e Liz rimasero in silenzio a guardarsi.

<< Hope andiamo a prendere qualcosa da bere. >> la invitò Chris, cercando di lasciare i due da soli, e Hope cogliendo al volo l’intento lo seguì.

<< Beh, auguri di buon compleanno Liz. >> serio e quasi timido cominciò il discorso il ragazzo mentre Liz rispose con un sincero sorriso.

<< Come va? >> a prendere parola fu sempre lui.

<< Bene, grazie. Grazie anche del regalo. >>

<< Lo hai messo, sto notando. >>

<< Non potevo non metterlo, è bellissimo. >>

<< Avrei voluto anch’io qualcosa di tuo stasera … >>

Liz sentì per la prima volta come la sensazione di essersi presentata ad un compleanno a mani vuote, tanto che istintivamente volle invitare il giovane a ballare quasi a colmare il vuoto che le avevano lasciato le parole di Alan.

I due si misero in pista e sotto le notte di un lento cominciarono il loro ballo, raggiunti da altre coppie che come loro presero a dondolarsi a destra e sinistra.

 

Tenendo d’occhio Greta tutta la sera e vedendo ella stessa passare la maggior parte del suo tempo a bere drink e alcolici, Eithan decise di raggiungerla al bancone in cui essa si trovava.

<< Ma cosa stai facendo? >>

Greta si voltò, ubriaca marcia.

<< Eithan >> asserì prolungando la lettera finale seguita poi da un sorriso inusuale.

<< Sei ubriaca >>

<< E tu sei uno stronzo. Siamo alla pari. >> ancora sorridendo.

<< Andiamo Greta, ti porto a casa. >> Eithan la prese per il braccio con l’intento di portarla almeno fuori la struttura, ma la ragazza sentendosi disturbata si distaccò subito, urlandogli e prendendo un bicchiere di acqua e gettandoglielo addosso, ma lui non cedette e ancora ci riprovò prima che  in soccorso di Greta arrivasse un altro giovane, muscoloso e coi capelli color oro a cui Greta si abbracciò, innocente.

<< Cosa vuole questo ragazzo, Greta? >>
Eithan rimase di stucco.

<< E tu chi sei? >>

<< Quello che ti spacca la faccia se non te ne vai entro un minuto. >>

Mancini non rispose, e quasi deluso da quel dialogo e da quel rapporto che avrebbe voluto veder finire diversamente, si voltò facendo per andarsene, poi in un lampo si girò verso i due per lanciare un pugno a chi era venuto in soccorso di Greta, facendolo cadere per terra.

<< Coglione. >> esclamò serio, guardando negli occhi una Greta scioccata dal comportamento del giovane. Magari, se fosse stata più lucida se lo sarebbe certamente aspettato.

Quando quell’altro si rialzò da terra, i due cominciarono a darsela di santa ragione tanto che nemmeno lo stesso Gordon riuscì a farli smettere.

La lite finì quando vennero a separarli i buttafuori.

Eithan scappò verso l’uscita, mentre quell’altro in compagnia di Greta si sedette ad un tavolo, arrabbiato.

Alla lite assisterono tutti, Hope, Liz, Alan, Chris, i genitori di Hope e perfino la preside, indignata.

Vedendo Eithan scappare per fuori, a Hope venne l’impulso di seguirlo.

Lo trovò su un marciapiede, serio.

<< Eithan.. >>

<< Hope, non sono di compagnia stasera. >>

<< Beh, neanche’io lo ero con te all’inizio. >>

Eithan sorrise.

<< Come mai questa lite? >>

<< C’è Greta ubriaca marcia e quel coglione è arrivato per dare ordini a chi non doveva darne. >>

<< Immagino tu e Greta … >>

<< Si hai capito bene. >>

<< Posso sapere il perché? >>

Eithan la guardò negli occhi, come volesse farle capire la risposta con lo sguardo, come voler a dire “ce l’ho davanti il perché” eppure stavolta la giovane sembrò ignorare la risposta, tanto che ciò a cui pensò durante quello sguardo non fu quale potesse essere la motivazione, ma quanta bellezza ci fosse in quegli occhi.

<< Dai non lo voglio sapere, però andiamo a divertirci. >>

<< Non mi va Hope. >>

<< Neppure se ti sfido a suon di musica? >>

<< Cioè? >>

<< Beh, entra e vedrai. >>

E fu così che trascinando il giovane per mano, i due entrarono in palestra e subito si immischiarono nella folla per ballare.

Poi le luci si spensero, forse per corto circuito, la musica si staccò di colpo e subito i mormorii per tale problema cominciarono a udirsi nella sala, qualcuno proferì che presto il tutto sarebbe stato risolto ma passarono dieci minuti circa e la situazione continuò ad essere tale.

Al frastuono dei mormorii si aggiunse lo squillo diverso di quattro cellulari, rispettivamente quelli di Eithan, Hope, Alan e Liz, così nel buio più totale, si intravidero le quattro luci blu.

Era un messaggio anonimo:

 

“Eithan litiga con il ragazzo di Greta, Hope innocente va a confortarlo, e Alan, poverino. Che romanticone. Vi aspetto fuori.”

 

Ricevendo tale messaggio, l’istinto fu quello di correre subito verso l’uscita per vedere che faccia avesse chi aveva mandato quel messaggio, consapevoli di incontrare lo stesso che loro definivano come incappucciato.

I tre cercarono, al buio, di farsi spazio tra la gente ancora ferma sul posto ma arrivando all’uscita non trovarono nulla.

<< Dove sei bastardo? >> Urlò Alan, prima che i quattro ricevessero un altro messaggio.

 

“E la vostra Liz dov’è? Baci.”

 

Subito allora, Eithan per primo, poi Alan e Hope tornarono verso l’interno per cercare Liz, preoccupati che qualcosa potesse accaderle.

Non videro però che Liz passò in tutta velocità con la macchina davanti alla palestra.

Il messaggio che aveva ricevuto era diverso dagli altri.

La giovane premette fino a fondo l’acceleratore,  correndo come un razzo in una strada completamente deserta.

Destinazione? Casa sua.

Nel suo messaggio infatti era stata avvertita che qualcosa potesse accadere al padre, così a differenza dei suoi amici, prese l’uscita più vicina e subito raggiunse il parcheggio dove più in fretta che potesse infilò le chiavi e mise in moto.

Arrivando nelle vicinanze di casa propria, trovò tutto tranquillo ma avvicinandosi sempre di più vide quella figura in cappuccio provare ad entrare in casa prima che quest’ultimo/a se ne accorgesse e cominciasse a correre verso la sua macchina.

Liz non ebbe nemmeno il tempo di scendere dalla propria, che riprendendo a premere sull’acceleratore si prefissò l’obiettivo di seguire l’incappucciato.

Avrebbe finalmente scoperto chi le aveva fatto tanto male finora, a lei, ai suoi amici, e allo stesso Alan, e per una volta sarebbe stata lei al centro dell’attenzione.

L’auto nera corse più che poté, e Liz difficilmente riuscì a starle dietro, non aveva ancora la patente e sapeva che andare ad una determinata velocità avrebbe comportato rischio di incidenti o chissà cos’altro.

Le due macchine si inseguirono fino all’altra punta della contea, passando per il cimitero, per l’altra scuola di Fayetteville e giungendo poi nelle vicinanze di casa Stewart, dalla cui finestra uscì un’altra figura in cappuccio con dei fogli in mano e cominciò a correre verso il centro della strada per passare dall’altro lato.

Liz, nel vedere quell’altro incappucciato, rimase di stucco sorpresa nell’aver fatto una scoperta che nessuno si sarebbe aspettato, poi realizzò che sarebbe stato meglio cominciare a frenare prima che quell’altro incappucciato a piedi, fermo in mezzo alla strada per la paura, gli finisse sul parabrezza.

Frenando più che poteva, la macchina cominciò a girare su se stessa prima di sbattere ad un’altra macchina e poi andarsi a schiantare contro un palo della luce.

L’impatto fu forte e violento, l’allarme dell’auto cominciò a suonare e con esso continuò a farlo anche la radio che nel frattempo stava trasmettendo “lovers eyes” dei Mumford and Sons.

Ferita al capo con il sangue che lento le gocciolava dal naso e dalla bocca e il volto sempre più pallido, Liz mostrò i sintomi di chi sembra perdere conoscenza, tenendo ben fisso il suo sguardo verso il vuoto mentre riusciva, a fatica, a tenere gli occhi aperti.

A stento respirava, e sprecò quelle poche forze che aveva per asciugarsi le labbra del sangue che adesso sgorgava quasi fosse una piccola cascata.

<<Sono in due, sono in due e so chi è.>> balbettò come avesse la speranza che qualcuno potesse essere testimone di ciò che aveva appena visto, poi abbandonandosi del tutto lasciò chiudere gli occhi sempre più stanchi e col solo suono della radio che ancora emetteva la stessa canzone di prima, esalò l’ultimo respiro.

Episodio#21 “Due e una notte”ultima modifica: 2012-09-03T21:51:00+02:00da g-ioacchino
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