Episodio#20 “Segreto comune”

Partecipare alla preparazione del ballo dei diplomandi fu visto da Alan come un occasione per allontanare i pensieri che continuavano ad affliggerlo da quando la sua storia con Liz era finita. Così alle 15.00 circa dello stesso pomeriggio si fece trovare a scuola in attesa che arrivasse anche il suo compagno Chris: infatti uno dei compiti che avrebbero dovuto svolgere era proprio quello di dare una prima ripulita alla palestra, il luogo in cui si sarebbe svolta la festa.

Non vedendo arrivare ancora il suo compagno, decise di sedersi su una panchina posta in prossimità dell’edificio, prima di cominciare a giocare con una coccinella che nel frattempo gli si era poggiata sulle mani.

Sorrise nel farla camminare lungo le sue dita osservandola in tutta la sua bellezza.

<< Quanto ti invidio! >> esclamò rivolgendosi proprio all’insetto.

<< Vorrei tanto essere come te, potermene volare ovunque e starmene dove vorrei essere. >> concluse.

<< E dove vorresti essere? >> Nel frattempo arrivò anche Chris che con tale domanda gli si presentò alle spalle.

Alan balzò imbarazzato.

<< Chris eccoti, stavo aspettando te. >>

<< Allora, dove vorresti essere? >> Chris sorrise.

<< Da nessuna parte, stavo solo blaterando. Dai andiamo. >>

Alan si alzò e incitando il suo compagno a seguirlo si avviò verso il luogo in cui i due avrebbe dovuto lavorare.

Prima di entrare si guardò le mani per vedere se la coccinella fosse ancora con lui ma non la vide.

 

D’altro canto se la rottura con Liz stava diventando per Alan quasi un ossessione, per quest’ultima la situazione fu forse più drammatica, costretta agli arresti domiciliari sotto la guida di un padre che cercava a modo suo di proteggerla.

Da quando aveva visto le foto però il dialogo fra i due era venuto a mancare, se non per i soliti richiami che si fanno quando si aspetta qualcuno a tavola e provare a risanare la questione adesso non si presentava come una delle idee migliori tanto che Liz stessa cercò di sottostare ai voleri del padre sempre più rigido, e quest’ultimo provò invece a migliorare la situazione scegliendo forse la via più facile: non fare uscire di casa la propria figlia, se non per fare la spesa.

Da quel momento in poi la vita sociale di Liz sarebbe stata degna di essere chiamata tale solo quando qualcuno sarebbe venuto a farle visita.

Quel pomeriggio a bussare alla porta del reverendo fu Greta Anderson.

<< Salve, posso aiutarla? >> domandò l’uomo aprendo la porta nel vedere una persona che non conosceva.

<< Salve reverendo Baker, sto cercando Liz. Dovevamo fare dei compiti assieme .. >>

<< Oh sì Liz è di sopra, immagino che tu debba salire. >>

<< Veramente stavo pensando a portarla con me in un prato nelle vicinanze e studiare lì. >>

<< Mi dispiace signorina … si chiama? >>

<< Greta, Greta Anderson >>

<< Signorina Anderson, ma vede mia figlia in questi giorni non può uscire di casa quindi credo che la sua camera sia l’unica che al momento potete usare per studiare! >>

Greta restò stranita da quelle parole e benché non fosse brava a mentire, abbozzò un sorriso forzato aspettando che il reverendo la portasse nella camera di Liz.

Con l’invito dell’uomo entrò in casa trovandosi ora un crocifisso sul davanzale posto in quel piccolo salotto vintage, ora dei dipinti su parete che raffiguravano i sacramenti.

Greta osservò tutto nei minimi particolari fin quando non si trovò davanti alla camera di Liz.

Il padre bussò alla porta prima che Liz accogliesse Greta nella sua camera.

<< Chiudi la porta, grazie. >> esclamò la ragazza coi capelli color fuoco, stavolta portati in una coda mentre se ne stava sul davanzale della finestra.

Greta fece come ordinatole.

<< Avete proprio una casa strana, Baker. >>

Liz la guardò aspettando che Greta continuasse il suo discorso.

<< Capisco l’attività di tuo padre, ma trasformare la propria casa in una piccola chiesa non mi sembra una scelta giusta. >>

<< Non sai quante cose cambierei io della mia casa, Greta. >>

<< Stavo pensando che per esempio, invece di quei dipinti sul muro di sotto, le tue foto scandalo renderebbero più accogliente l’entrata. >> Greta volle ironizzare, come suo solito fare.

<< Tu come sai di quelle foto? >>

<< Tutta Fayetteville ne parla. Tuo padre ti ha messo pure in punizione sbaglio? >> Greta continuò la sua provocazione, ridendosela.

<< No non sbagli. Perché sei venuta oggi Greta? >>

<< La preside ci ha messe in coppia per creare i festoni del famoso ballo dei diplomanti, non ricordi? >>

<< Si ricordo bene, ma non ricordo quando ci siamo messe d’accordo per vederci oggi stesso. >>

<< Effettivamente non c’è stato alcun accordo Liz, solo che passavo di qui e volevo vedere come ci si sente a stare in una casa in cui la castità regna sovrana mentre ci si diverte a fare foto nuda. Ma a proposito, chi te le ha fatte? >>

<< Non credo siano affari tuoi Greta, così come non era affar tuo venire oggi in casa mia per vedere come ci si sente in una casa in cui la castità regna sovrana >> Liz ripeté le stesse parole di Greta, riuscendo a mostrare il suo fastidio per quella compagnia.

<< Tranquilla, non farò più alcuna domanda. Allora come ci si organizza? >>

<< Non avevi detto che non avresti fatto più alcuna domanda? >>

<< Che simpatica. >> continuò Greta, stavolta lei stessa infastidita.

<< Non so, come preferisci lavorare tu? >>

<< Stavo pensando che potresti fare tutto tu e prenderci il merito entrambe, non è una buona idea? >>

<< Certamente oppure potresti fare tutto tu e prenderci il merito entrambe. >> Liz ebbe la risposta pronta.

<< mm pensandoci è meglio che lavoriamo assieme.. >> Greta sorrise, notando nel volto della sua collega di lavori un certo fastidio.

<< Va bene, adesso vai Greta. Ti farò sapere quando cominceremo. >>

<< Va bene showgirl, mi raccomando alla prossima foto voglio un autografo eh. >>

Fatta uscire la ragazza dalla propria camera, Liz ritornò sul suo letto prendendo da sotto il cuscino una foto che la ritraeva con Alan.

Le lacrime cominciarono a rigarle il volto, finché distrutta non si addormentò.

 

Alcuni secchi d’acqua di colore rosso furono portati da Alan e Chris all’interno della palestra, ancora impolverata.

Erano circa le quattro passate.

<< Allora Chris, come mai non ti si vede in giro? >> domandò Alan con un secchio fra le mani, come a dare un taglio alla noia che stava portando quel pomeriggio in preda alle pulizie.

Chris rispose dicendo di non essere un amante della vita sociale di Fayetteville, mostrando in tutta la sua disinvoltura la poca propensione al dialogo.

<< Ah.. >> continuò sempre Lancaster.

<< E cosa fai a casa? >>

<< Guardo i telefilm in streaming. >>

<< Scommetto che guardi Grey’s Anatomy >> ironizzò l’altro.

<< Ti sembro uno che guarda roba medica? Sono più un tipo da: ehi guarda c’è un assassino che ci minaccia ma non riusciamo a scoprire chi è. >>

<< Ci sono serie di questo tipo? >>

<< Oh a miliardi. >>

<< Beh, mi fa piacere per te allora. Se è questa la roba che ti piace. >>

<< Tu che fai invece a parte fare foto? >>

Alan restò di stucco.

<< E tu come fai a sapere della mia passione per le foto? >>

<< Beh .. è che.. non fai le foto dell’annuario tu? >>

<< Ah già l’annuario, scusami non ci stavo pensando. >>

 

<< Quindi non partecipi mai a qualche festa? >> continuò ancora Alan.

<<Una delle cose che odio di questa città sono proprio le feste, sempre gli stessi locali, le stesse cose, la stessa gente>>

Lancaster non rispose ma osservò quanta rabbia ci fosse in quelle parole, tanto che soffermandosi a pensarci, non sentì subito il richiamo di Chris che lo invitava a passargli un secchio d’acqua. Prima di passarglielo però, prese un po’ d’acqua e cercando di mantenerla per quanto possibile sul palmo della mano gliela lanciò addosso bagnandogli la viola t-shirt.

Subito Chris passò al contrattacco prendendo il secchio che Alan avrebbe dovuto passargli.

<< Ehi amico, dai era solo un pugno d’acqua, non vorrai buttarmi addosso tutto quel secchio! >> Alan sorrise, prima di cominciare a scappare una volta vista la seria intenzione del compagno.

I due si rincorsero per un bel po’ poi Chris riuscì ad afferrare Alan per la maglia.

Si erano lanciati più secchi d’acqua prima di cadere per terra l’uno sull’altro, prima che i loro sguardi divenissero seri e si trovassero ad una tale distanza ravvicinata da poter sentire il respiro dell’altro.

Alan, spaventato dal fatto che il ragazzo potesse baciarlo gli diede una lieve spinta fino a farlo mettere da parte, poi si alzò e senza proferir parola raggiunse l’uscita.

Chris intanto restò seduto con lo sguardo fisso verso il tetto.

 

Fattosi tardo pomeriggio, Hope fu pronta per raggiungere casa Mancini alle ore sette, proprio come era previsto.

Raccogliendo i capelli in una coda che le cadde sulle bianche spalle, indossò un paio di jeans chiari e una canotta color azzurro poi uscì dal bagno, prese la borsa marrone posta sul suo letto e scese al piano di sotto dove nel salotto trovò il padre, la madre e lo stesso maggiordomo.

<< Io vado. >> esclamò una volta giunta nell’atrio.

Brian e Melinda si voltarono verso di essa.

<< Dove devi andare? >> chiese curioso Brian, abituato a non vedere uscire la propria figlia in quell’orario.

<< La scuola sta preparando un ballo in onore di coloro che prenderanno il diploma alla fine dell’anno . Faccio parte dello staff … >>

<< Quindi, dove stai andando? >> continuò Melinda.

Hope pensò prima di rispondere, forse dire casa Mancini avrebbe comportato alcune conseguenze considerati gli ultimi dialoghi che lei stessa aveva sentito di nascosto, poi il nome Teresa Mancini e ancora i rapporti che intercorrevano fra il proprio padre e lo stesso Gordon. Quanto avrebbero accettato che fosse capitata in coppia con Eithan? Certamente non avrebbe voluto proibizioni così come era avvenuto a Liz, così si ritrovò a mentire.

<< Sto andando da Liz, siamo in coppia assieme e dobbiamo fare delle locandine. >> disse sicura, convincendo del tutto i genitori.

<< A che ora torni? >> ancora Brian.

<< Non penso di tornare tardi, mangerò qualcosa fuori ma sarò qui prima della mezzanotte. >>

<< Ci vogliono cinque ore per creare delle locandine? Sono le sette Hope. >> Intervenne anche Melinda.

In tutto questo, John Miller assistette a tutta la scena.

<< Mamma non ho mai fatto cose del genere, non so quanto tempo si perda. >>

<< Vuoi che ti accompagni? >> chiese ancora il padre, mostrando tutta la sua protezione nei confronti della figlia.

Hope sorrise.

<< Dimentichi che dall’esplosione non abbiamo ancora una macchina. >>

<< Già è vero, beh potrei fare una passeggiata. >>

<< Cerca di guarire completamente papà, così poi ti accompagnerò io per le varie concessionarie. >>

<< Stai cercando di convincermi a comprarti una macchina tutta tua? >> Brian rispose a tono, ironizzando.

<< No papà, ma se proprio vuoi. >> Hope a sua volta rispose facendo poi l’occhiolino, prima di dirigersi verso l’uscita e lasciare la sua famiglia dentro casa.

Arrivò a casa Mancini verso le sette e qualche minuto, bussò alla porta e come di norma negli ultimi tempi, ad aprirle si presentò un Gordon cui Hope non era abituata ( per quelle poche volte che lo aveva visto ): jeans grigi, una t-shirt nera e i capelli ben fatti col gel.

<< Salve, cercavo suo figlio Eithan. >>

<< Oh signorina Stewart, che piacere. Bella come la madre. >>

Gordon non rinunciò a nessun complimento, quindi Hope abbozzò ad un sorriso imbarazzato prima di aspettare in silenzio che l’uomo riprendesse parola.

<< Entra dai, la stanza di Eithan è al primo piano in fondo al corridoio. >>

Con un altro sorriso la ragazza si trovò dentro casa Mancini, una casa piuttosto accogliente. Piccola ma accogliente.

<< Le scale sono alla tua sinistra >> Le indicò la direzione ancora Gordon.

<< Ah perfetto .. >>

<< Senti Hope, tuo padre come sta? >>

La ragazza che nel frattempo si era rivolta verso le scale si voltò verso l’uomo, procedendo poi a rispondere.

<< Meglio grazie, il peggio ormai è passato. >>

<< Mi fa piacere, avrei voluto venirvi a trovare ma ho pensato che non fosse il caso. >>

Hope non rispose e sempre con l’imbarazzo che l’aveva assalita già sull’uscio della porta raggiunse le scale fin quando si trovò sul corridoio che l’avrebbe condotta alla camera di Eithan.

Camminando per il corridoio, la ragazza trovò un’altra camera socchiusa al cui interno vide solo le gambe di una figura con jeans scuri e stivaletti neri che frugava fra i cassetti, poi arrivata a destinazione, bussò.

Ad aprirle un Eithan in tuta nera con canotta bianca che la invitò, con la gentilezza che nessuno gli additava, ad entrare.

<< Sei in ritardo Hope. >> le si rivolse lui sorridendo.

<< Si scusami mi hanno trattenuta i miei prima di uscire. >>

<< Non volevano tu venissi? >>

Hope mentì anche al ragazzo.

<< No anzi, sai le solite domande che i genitori fanno ai propri figli. >>

<< Brian Stewart deve essere proprio un duro eh. >> concluse Mancini prima di invitare la ragazza a sedersi e notare il suo imbarazzo.

<< Cosa c’è? >> chiese.

<< Nulla, ma sai bene che non venivo con tanta voglia di passare del tempo con te. >>

Eithan sospirò.

<< Ne avevamo già parlato stamattina Hope. Io e tu insieme solo per la preside, poi ho capito bene che non ami la mia compagnia, tranquilla. >>

<< Possiamo cambiare stanza? >> la risposta di Hope fu spontanea.

<< Cos’ha la mia camera che non  va? >>

<< Non mi sta mettendo a mio agio. >>

<< Possiamo spostarci in soffitta se vuoi … >>

<< Ecco la soffitta è perfetta. >>

Eithan sorrise, incredulo, alla stranezza di quella discussione, mentre Hope guardandosi intorno aspettò che il ragazzo si alzasse e la guidasse verso la stanza predestinata.

 

<< Ecco questa è la soffitta >> esclamò Eithan una volta che i due si ritrovarono all’interno della stanza.

Hope si guardò intorno osservando alcuni scatoli posti qua e là, poi pose la sua attenzione su alcuni vecchi quadri di famiglia.

<< Questi chi sono? >>

<< Mio nonno e mia nonna. Abbiamo messo il quadro in soffitta perché un tempo la soffitta era la loro camera da letto. >>

<< è una bella cosa, questa. >>

<< Già. >>

<< Non ti mancano? >>

<< Erano morti prima ancora che nascessi io, non li ho mai conosciuti. >>

<< Ah mi dispiace. >>

<< Dispiace anche a me, sai non ho mai avuto una figura che mi portasse sulle sue ginocchia e mi raccontasse qualche bella storia di quelle che raccontano i nonni ai propri nipoti. >>

Nonostante la durezza di quelle parole il ragazzo rimase comunque di pietra.

<< Non so come fai a parlarne così facilmente. >> prese parola Hope.

<< In che senso? >>

<< Intendo senza una lacrima che scenda dalla tua faccia, senza uno sguardo triste. >>

<< Sono un ragazzo Hope, siamo ragazzi. Non è tempo per essere tristi. Quando mi ridurrò come mio padre, senza una moglie e senza rapporti con il proprio figlio, credo che allora potrò essere triste. >>

<< Mi dispiace tu non abbia un buon rapporto con tuo padre. >>

Stavolta lo sguardo di Eithan sembrò far affiorare vecchi e tristi ricordi.

<< Ormai c’ho fatto l’abitudine. >>

Capendo la drammaticità di quella discussione, Hope preferì però non continuare quella discussione.

<< Guarda in fondo alla stanza c’è un tavolo. Possiamo metterci lì e cominciare a lavorare sulle locandine. >>

<< Si, va bene. >>
I due raggiunsero allora il tavolo in questione.

Su di esso un sacco di fogli di giornale e alcuni giocattoli per bambini.

<< Erano i tuoi questi? >> chiese Hope sorridendo, come se per un attimo stesse vivendo l’infanzia del ragazzo che era con lei adesso.

<< No, non ho mai giocato con queste cose. Non ho mai capito di chi fossero veramente. >>

Poi, insieme cominciarono a liberare il tavolo da quelle cianfrusaglie.

Eithan prese i piccoli giocattoli e li lasciò cadere dentro una grossa cesta, mentre Hope si occupò di smistare i fogli di giornale e conseguentemente metterli da parte.

Tra un foglio e l’altro, trovò anche dei fogli bianchi, che non erano proprio bianchi ma scarabocchiati.

Erano scarabocchiati come i fogli che aveva trovato lei stessa nella sua soffitta.

Il suo sguardo la disse lunga, lasciò cadere i fogli di giornale per terra fissando quelli che teneva in mano e cercando di trovare una risposta a tutto ciò.

<< Hope che succede? >> chiese Eithan, ignaro.

<< Di chi sono questi fogli Eithan? >> balbettò la ragazza, colpita.

<< Non lo so, anche questi sono qui da parecchio tempo. >>

<< Eithan non capisci, questi fogli ci sono anche nella mia soffitta. >>

Il ragazzo non capì, ma Hope, che da tanto tempo ormai stava cercando le risposte alle proprie domande, pensò di aver trovato appena la prima di una lunga serie di risposte.

 

Episodio#20 “Segreto comune”ultima modifica: 2012-06-27T14:58:52+02:00da g-ioacchino
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