Episodio#18 “Le conseguenze di una scelta”

I raggi del primo sole si sferrarono in tutto il loro lucente calore su una Fayetteville ancora desolata, e forti batterono a picco sul letto di una Hope dormiente.

Aveva lasciato la finestra della sua camera aperta con la speranza di passare una notte fresca visto il tempo afoso che la sua contea stava vivendo negli ultimi giorni, e disturbata poi dal sole che ora si rifletteva nello specchio, creando un gioco di luci che andavano dal bianco al giallo più luminoso, ora sul suo viso, fu quasi costretta a svegliarsi, con tanto di occhiaie e capelli in disordine ma ciononostante la bellezza di quella ragazza era tanta che in molti l’avrebbero preferita durante il risveglio che alle prime ore del pomeriggio.

Strofinò i pugni contro i suoi occhi poi spostò la coperta che finora l’aveva avvolta quindi uscì dalla camera e con addosso il suo pigiama rosa, scese al piano di sotto.

Alcuni sbadigli l’accompagnarono davanti alla camera degli ospiti, nella quale entrò per  stendersi a fianco di Marie Liar.

D’altro canto, una volta partita la nonna, le sarebbe mancato averla fra i piedi.

Insieme si alzarono quando si furono fatte le nove del mattino circa, e sempre insieme uscirono dalla camera per raggiungere la cucina dove ad aspettarle stavano già Brian e la moglie Melinda, pronti a fare l’ultima colazione con la donna, con dei piatti preparati accuratamente dal signor Miller.

<< Buongiorno bellezze >> iniziò, sorridente, Brian.

<< Buongiorno papà. >>

<< Buongiorno bellezza >> contraccambiò invece il saluto, Marie con l’ironia che le era propria.

John Miller intanto si soffermò in silenzio vicino al frigo mentre Melinda lo guardò più volte come ad invitarlo ad unirsi a loro e far finta che tutto andasse bene.

Infatti, dopo che quest’ultima aveva parlato con la propria madre, si era poi ritrovata nella camera dell’uomo col fine di raccontargli ciò che Marie le aveva detto, e seppur la donna apparisse più tranquilla, Miller invece fu sempre più preoccupato.

Conosceva a fondo Marie Liar e sapeva benissimo che non avrebbe mollato.

<< Come vanno le ferite? >> Marie si rivolse ancora al genero.

<< Migliorano, un altro paio di giorni e potrò tornare a lavorare. >>

<< Ti manca eh? >>

<< Non è che mi manca, mi sento inutile se non faccio nulla. >>

<< Ti capisco Brian, ma passerà. >>

<< Comunque Marie, sappi che sei la benvenuta qui, puoi ancora ripensarci e non partire. >>

<< Grazie Brian ma credo che sia arrivato il tempo di andarmene, possiamo comunque sentirci per telefono >>

<< Ti chiamerò ogni giorno. >> ironizzò l’uomo.

A quest’ultima affermazione, Marie gli sorrise, rivolgendosi poi alla propria figlia come se nulla fosse successo.

<< Tu Melinda, come va? >>

<< Bene grazie. >>

<< Dormito bene? >>

<< Si grazie. >>

<< Fatto incubi, qualcosa? >>

Melinda, Hope e lo stesso Brian non capirono il perché di tante domande, John Miller invece aveva subito capito dove voleva andare a parare.

<< No mamma, nessun incubo. >> rispose infine la figlia.

<< Io ne ho fatto uno .. >> Marie però non cedette, portando la figlia a chiedere che cose avesse sognato.

<< Ho sognato di una stanza, c’era una bambina che piangeva, aveva gli occhi stanchi, la madre che la trattava malissimo. >>

John e Melinda restarono di stucco, implicitamente Marie aveva accennato a parte del loro segreto.

<< Pensandoci ho sognato che c’era una donna che parlava fin troppo, tanto che mi sono svegliata di botto, forse perché non sopportavo più le sue parole. >> Melinda seppe comunque risponderle.

Chiunque da quel dialogo avrebbe capito che fossero madre e figlia, stessa ironia, sempre la battuta pronta e uno sguardo con il quale entrambe sembrarono fulminarsi a vicenda.

Calato il silenzio, tutti si sedettero a tavola.

Miller fu dei loro.

 

Appena finito di fare colazione, nonna Marie guardando l’orario si alzò di scatto dalla sedia in cui sedeva e cominciò lesta a dirigersi verso la camera degli ospiti, all’interno della quale avrebbe preso la sua valigia.

Il taxi che l’avrebbe accompagnata alla stazione sarebbe passato pochi minuti dopo.

Prima però volle fare qualcos’altro, poi tornò nell’atrio della casa dove nel frattempo erano già arrivati Melinda, Brian, Hope e lo stesso Miller.

<< Ci siamo.. >> proferì ai presenti.

<< Sei sicura tu voglia partire? >> Brian ci provò ancora, suscitando lo sguardo malizioso fra Melinda e il Maggiordomo.

<< Ho sempre odiato le partenze. >> convenne infine Hope, abbracciando la propria nonna.

<< Dai, avviamoci verso l’uscita, il taxi arriverà a momenti. >> continuò Melinda.

La porta di casa fu allora aperta e tutti si trovarono sul vialetto.

Nell’arco di pochi secondi arrivò anche il taxi.

<< Eccolo, devo andare. >> proseguì Marie prima di abbracciare il genero, e dare un cordiale saluto alla figlia e al Maggiordomo.

Infine si diresse verso Hope.

<< Facciamo la brava mi raccomando. >>

<< Promettimi di chiamarmi nonna. >>

<< Promesso. >>

<< Mi mancherai. >> sul volto di Hope cominciò ad intravedersi la presenza di alcune lacrime.

<< Anche tu mi mancherai, piccola. >>

Le due si abbracciarono prima che la donna si avviasse per salire sul taxi, poi la sua famiglia guardò la macchina mettere in moto, infine ritornò in casa.

Una volta in casa, Hope si diresse subito in camera sua con l’intenzione di ritornare a dormire, allora salì le scale e giunse al primo piano, poi entrata nella sua camera notò qualcosa di strano.

Sul suo letto stavano un vestitino colore bluastro con alcune macchie sulla gonna e delle scarpette nere coi lacci dello stesso colore.

A fianco ai due oggetti, una busta.

Pensò subito fosse un’altra trovata dell’incappucciato, quindi la scartò velocemente prima di leggerne il contenuto.

“Teresa Mancini 1988-1990” firmato “Nonna Marie, che ti vuole tanto bene”.

 

Appoggiato al muro, Alan cercò invano di schiacciare col palmo destro una zanzara, mentre aspettava l’arrivo della sua fidanzata, che come di routine veniva a trovarlo ogni pomeriggio.

Cominciò a grattarsi la spalla destra, mentre il bruciore di quel morso si fece sempre più insopportabile.

<<Maledette  zanzare!>> esclamò,

Aprì dunque la porta di casa lasciandola spalancata e a petto nudo uscì sulla veranda, prima di veder arrivare dal marciapiede opposto una Liz poco sorridente.

Quando questa fu vicino all’entrata, Alan le si avvicinò per darle un bacio sulle labbra, come aveva sempre fatto, ma lei ferma sul ciglio della porta lo scansò e gli chiese di entrare e sedersi poiché avrebbe voluto parlargli.

<<Ehi che succede piccola?>> domandò Alan parecchio preoccupato,

<<Ricordi la memory card che ti hanno rubato? Quella con le mie foto dentro?>>

<<Certo che mi ricordo, cos’è successo? l’hai mica trovata?>>

<<No, lasciami parlare, quando sono tornata a casa, ho visto mio padre con quelle foto in mano. Qualcuno le ha stampate, l’incappucciato Al. non capisco cosa stia succedendo, perché ce l’abbia con me. >>

Alan si portò le mani sulla testa, sentendosi in colpa per quel che era successo poi cominciò a girarsi intorno in cerca di qualche soluzione.

<<Permettimi di parlare con tuo padre Liz, risolveremo tutto>> esclamò mentre le prendeva le mani e la avvicinava a sé,

<<Al, mi ha proibito di uscire, di vedere tutti>>

<<Continueremo a vederci di nascosto, come abbiamo sempre fatto.>>

<<Allora non capisci Al, Sa anche di noi due, e non permetterà questa relazione >> Liz cominciò a piangere, ma Alan non demorse.

<<Troveremo una soluzione, e troveremo anche la persona che ha fatto tutto questo!>>

<<Non ci sarà nessuna soluzione, è finita Al>> Esclamò Liz che alzando il tono di voce, prese la sua borsa e lasciò alle sue spalle un Alan in lacrime.

<<Mi spiace Al>> disse prima di chiudere la porta dietro di sé.

Arrabbiato, il ragazzo tornò in camera sua senza far nulla per fermarla. Non avrebbe voluto perderla in quel modo anche se sapeva prima o poi sarebbe successo, allora si sedette sul letto e guardò per qualche secondo la sua macchina fotografica posta sopra il comodino, proprio accanto a lui.

<<Maledizione!>> urlò, scaraventando la macchina fotografica per terra.

 

A casa Mancini la situazione non fu poi così diversa.

Dopo l’uscita di Eithan dall’ospedale, Gordon, che nel frattempo sembrava aver accantonato la sua voglia di alcol, cominciò a presentarsi come una persona normale e ben vestita, e seppur continuasse a far finta di niente, la misteriosa apparizione della moglie Elise aveva fatto sì che l’uomo si rendesse conto di quanti errori aveva commesso, sia in passato che nel presente, e adesso sembrava far di tutto affinché da quel dialogo potesse trarne ogni singolo vantaggio. Da qualche giorno a questa parte infatti, si dedicò alla pulizia, cercando di distrarsi dalla bottiglia di Whisky, cominciò a sistemare il garage ed infine si preparava a far fronte ad una situazione che gli si presentava difficile e alquanto improbabile: parlare con Eithan, cercare di chiarire, trovare un punto di incontro ecco.

Quest’ultimo, da quando Hope gli aveva riferito di un qualcuno che all’apparenza ce l’aveva con loro, cominciò a passare più tempo in casa cercando a sua volta di trarre vantaggio dai libri di scuola affinché potesse migliorare la sua situazione scolastica.

Ma l’indifferenza mostrata nei suoi confronti da Greta, che nel frattempo sedeva sul letto con i propri libri sulle gambe, lo portò a chiudere tutto e chiedere spiegazioni.

<< Allora cosa c’è? >> le si rivolse bruscamente.

<< Cosa? >>

<< Sei strana, non mi hai rivolto una parola. >>

<< Ti sbagli >> proseguì, quasi divertita lei.

<< Ah giusto, perché dirmi “apri la porta perché sono arrivata” o “cosa studiamo oggi” è rivolgermi la parola. >>

<< Cos’altro sarebbe? >>

<< Io la chiamo indifferenza, se a queste, non aggiungi nessun altra parola >>

<< Io lo chiamo “smettila Eithan, di fare il gallo”. Ti ho visto in ospedale quando tenevi la mano alla biondina. >>

<< Ecco qual’era il problema. E allora? La stavo solo ringraziando per la visita. >>

<< Non è il gesto che mi preoccupa Eit, mi preoccupa il modo con cui la guardavi. >>

<< Ma per favore, da quando sei paranoica? >>

Anche Greta distolse lo sguardo dai suoi libri.

<< Non è paranoia, è solo preoccupazione. Non ti ho mai visto guardare in quel modo nessuna delle mie amiche, non capisco perché lei si. Cos’ha di così speciale? Non la conosci neanche. >>

Eithan non rispose ma tirò un lungo sospiro.

<< Dovrei vederlo come una risposta? >>

<< Cosa? >>

<< Questo silenzio. >> affermò sempre più delusa lei.

<< Greta per favore, stai esagerando non credi? >>

<< No non credo, dannazione. >>

<< Io invece credo di sì. Dov’è la fiducia che hai nei miei confronti? >>

<< Preoccuparmi non significa che io non mi fidi di te, e poi, sappiamo entrambi come ti comportavi con le tue ex ragazze quindi non mi stupirei se lo facessi anche con me. >>

<< Basta, non voglio sentire altro. >> Serio, Eithan si alzò dalla sedia e fece per raggiungere la porta.

<< Dove vai? >> Greta cercò di trattenerlo.

<< In un’altra stanza dove non ci sia tu. >>
<< Tranquillo, me ne vado io, tu resta pure nella tua stanza. >> continuò lei, alzandosi dal letto e prendendo la propria roba.

<< A mai più >> disse infine, facendo restare il ragazzo di stucco.

<< Tu sei pazza >> esclamò quest’ultimo richiudendo la porta sfogandosi con un pugno.

 

Alan continuò a guardare quella macchina fotografica ormai distrutta, poi sentì un irrefrenabile voglia di parlare con Hope, l’unica che avrebbe potuto capirlo, ma soprattutto l’unica con cui avrebbe potuto parlare.

Dal canto suo, la ragazza una volta ricevuto il messaggio, pur essendo ancora stranita da quegli oggetti che la nonna le aveva lasciato sul letto, non perse tempo e lo raggiunse.

<<Che succede? >> chiese una volta che arrivò a destinazione e vide in quale stato il ragazzo si trovasse.

<< Siediti, non sapevo con chi parlare. >>

<<Vuoi dirmi che succede Al, mi stai facendo preoccupare>>

<<Liz mi ha lasciato!>> rispose lui cominciando a singhiozzare.

Hope restò senza parole.

<<L’incappucciato ha stampato le foto della memory card rubata e ha pensato bene di mandarle al reverendo ergo il padre di Liz>>

<<Non ci credo. >> esclamò lei, portandosi le mani sui capelli.

<<Le ha proibito di uscire, di vedere tutti, di rivolgermi la parola, Hope>> L’agitazione del ragazzo fu palese.

<<Stai calmo Al, troveremo una soluzione!>>

<<Non dirmi di stare calmo Hope, l’ho persa, capisci? mi ha mollato>>

<<Cerchiamo di ragionare un attimo per favore, chi potrebbe essere un ipotetico incappucciato? C’è qualcuno che ce l’ha con te o con Liz? >>

<<Non lo so Hope, stanno succedendo troppe cose strane>>

<<Dobbiamo trovare questo pazzo Al, dobbiamo farlo anche per Liz>> la giovane gli prese la mano, in segno di consolazione, poi lo guardò seria.

<<Non possiamo continuare a subire, dobbiamo fare qualcosa!>> continuò.

<<Non sappiamo neanche chi sia, come fossimo in un vicolo cieco, non sappiamo neanche da dove cominciare>>

<<Chiunque sia deve smetterla, dobbiamo capire cosa vuole, e perché ci fa tutto questo.>>

<<Hai detto bene, è riuscito a farmi del male, l’ho persa, l’ho persa! Suo padre non mi perdonerà mai!>> disse Al chinando la testa e ricominciando a piangere,

<<Troveremo il colpevole Al, te lo prometto>>

Hope portò a sé il ragazzo e carezzandogli la testa lo lasciò piangere. Avrebbe pianto fin quando non avrebbe avuto più lacrime.

Episodio#18 “Le conseguenze di una scelta”ultima modifica: 2012-06-11T15:01:31+02:00da g-ioacchino
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