Episodio#3 “La porta del vicino è sempre aperta”

 

[ William Fitzsimmons – primi secondi di “Good Morning” ]

 

– Si prospetta per Fayetteville un’altra giornata di intensa pioggia –  Il maltempo colpisce anche la piccola cittadina del Tennessee arrivando a toccare la temperatura minima di sette gradi centigradi – Maltempo a Fayetteville, si preannunciano miglioramenti –

Raramente, era capitato, nel suo soggiorno a Boston,  che Melinda Liar guardasse la televisione.

Troppo impegnata nel lavoro, avevaa malapena il tempo di cucinare ed essere presente in casa per le otto di sera, ma quella mattina, davanti a quel piccolo televisore, la donna si era ben accorta di quanto diversa fosse la sua vita nella città dei segreti.

Sorseggiando una calda tazza di thè , si ritrovò, coperta solo da una pesante vestaglia color rosa, ad avere fra le mani un telecomando e fare zapping in cerca di qualcosa di diverso.

Ma niente di interessante. Solo tante previsioni meteorologiche.

Scese dallo sgabello in cui stava seduta e andò a spegnere la tv poi ritornò al suo buon thè.

<< Buongiorno! >>  entrò in cucina la figlia.

<< Buongiorno Hope, come mai sveglia a quest’ora? >>

<< Mi hanno svegliato quelle maledette gocce d’acqua che picchiettavano alla finestra! >>

<< Papà? >> domandò infine.

<< Tuo padre dorme beato nel suo letto. La pioggia e il suo russare mi hanno fatto scappare dalla stanza! >>

<< E sei venuta qui, a bere caldo thè e guardare la tv a tutto volume! Ho sentito anche quello … >> disse la piccola, con tono ironicamente pomposo.

Quanto alto fosse il volume della televisione, Melinda, non avrebbe saputo dirlo. I pensieri nella sua testa, facevano più eco di qualsiasi altra cosa.

<< Oh mi spiace piccola. Non pensavo si sentisse così tanto! >>

<< Fa niente, significa che berrò anche io thè,  alle sette del mattino.  C’è ancora giusto? O l’hai bevuto tutto? >>

Hope le si rivolse ancora in maniera ironica, nonostante capì che qualcosa preoccupava la madre, ma non volle dir nulla. Melinda, con la mancina indicò alla figlia il pentolino con ancora del thè dentro, e dando le spalle, Hope lo versò su un altra tazza.

Adesso entrambe stavano appoggiate al bancone di marmo, con in mano la loro rispettiva tazza fumeggiante.

<< A che ora dovrebbe svegliarsi un maggiordomo? >>

<< Non l’ho mai saputo, sinceramente! Da noi, il signor Miller è sempre stato solito svegliarsi per le otto >>

<< Mi piace svegliarmi presto sai? >> Hope sorrise.

<< Fa sentire di meno la mancanza di Boston, vero? Non avere un maggiordomo, farsi da sé la colazione … >>

Le parole di Melinda echeggiarono nella silenziosa stanza quasi a voler affermare, sempre di più, la mancanza della vita in un’altra città.

Nel giro di pochi minuti, anche Brian, piombò in cucina.

A differenza delle due donne di casa, una in vestaglia e l’altra con canottiera e il sotto di una tuta, l’uomo indossa un elegante vestito blu scuro con una camicia a righe di un colore più chiaro.

<< Dove vai di bello? >> Più volte, e con più domande, Hope aveva fatto emergere il suo lato curioso.

<< Devo andare a sbrigare gli ultimi preparativi per la conferenza di domani, e ho pensato di fare un salto da Gordon, prima. >>

Melinda annuì, mantenendo sempre il suo stato pensieroso, mentre ancora una volta, in Hope, la curiosità ebbe il sopravvento.

<< Chi è Gordon? >> chiese.

<< è un vecchio amico di famiglia cara. Non lo vediamo da tredici anni. >>

<< Da quando abbiamo lasciato Fayetteville … >> continuò la moglie. 

Anche Brian sedette a prendere un po’ di thè, poi si fece mettere la giacca dalla moglie e lasciò la casa.

Melinda e Hope rimasero, di nuovo, sole.

Erano circa le otto.

Il signor Miller dormiva ancora.

 

Dopo che,  anche Hope uscì , per andare a presentare i suoi documenti alla scuola in cui il padre avrebbe voluto che si iscrivesse, Melinda restò in casa a cercare di dare un po’ di vita a quel lusso, rimasto impolverato per ben tredici anni.

Approfittando di una piccola scala, trovata nella cantina, appese dei quadri rappresentanti donne dell’epoca vittoriana, alla parete. Colpì così fortemente il chiodo col martello, che un piccolo pezzo di carta da parati le si sgretolò tra le mani.

Bene! Adesso mi tocca anche prendere scopa e paletta.

Pensò, prima di scendere dalla scala, con l’intenzione di pulire per terra.

<< Ti servivano questi? >> esordì un Miller, apparso sempre inaspettatamente, alle spalle della donna.

<< Il tuo tempismo è perfetto John! Ma può anche spaventare sai? >>

Il maggiordomo sorrise, poi raccolse dal pavimento, i piccoli pezzi di carta da parati.

Melinda lo lasciò fare, mentre, con la scaletta sottobraccio raggiunse la parete affianco.

<< Mel? >> la richiamò l’uomo.

<< Si? >>

<< Ti farebbe bene fare due passi, prendere un po’ d’aria insomma … >>

La donna annuì abbozzando un falso sorriso, poi tornò ugualmente al suo da farsi.

John aveva perfettamente ragione, questo Melinda lo sapeva bene ed era anche consapevole che stare sempre in casa non l’avrebbe certo aiutata, ma forse occupandosi in faccende domestiche, sarebbe riuscita nel suo intento.

Allora perché ad ogni quadro che le era capitato di appendere, non aveva smesso per un istante di pensare? Perché aveva l’impressione di non riuscire più a vivere?

Molto, Fayetteville, contribuì ad alimentare il suo attuale stato d’animo.

 

<< Bene, Signorina Stewart. È da molto che si trova a Fayetteville? >>

Hope diresse lo sguardo aldilà della magra figura che si trovava di fronte.

Amava la pioggia, i temporali e la tonalità cupa che il cielo presentava quella mattina.

Lasciò la terra per qualche secondo.

Adesso vagabondava sulle nuvole.

Era in un altro mondo, e non lo aveva raggiunto tramite l’armadio de “le cronache di Narnia”, libro che Hope lesse pochi mesi prima, ma le era bastato guardare il grigio del cielo per essere un Alice nel paese delle meraviglie.

Un piccolo e minuscolo essere di fronte all’immenso spazio del mondo circostante.

Giocando con una stilo, Michelle Fairbanks, poggiò le sue braccia conserte sulla scrivania.

<< Hope?, Hope?, signorina? >>

Più volte cercò di attirare a sè l’attenzione della ragazza.

Dalla tonalità cupa del cielo, Hope passò a scrutare ogni angolo della stanza.

Era una stanza luminosa e ariosa.

Alle sue spalle, un piccolo divanetto in pelle bruna posto sotto un quadro dai colori astratti, ai suoi lati invece, delle credenze stracolme di foto e documenti vari, poi un angolo di muro tutto tappezzato di quadri. Erano attestati.

È incredibile, come ne abbia raccolti così tanti.

Deve essere una donna colta, esperta e di una certa serietà.

Pensò, mentre continuò a fissare le cornici.

Uscì dall’armadio di Narnia, abbandonò il paese delle meraviglie e distogliendo lo sguardo dalla stanza e dalla finestra che stava alle spalle della sua futura preside, tornò sul pianeta terra.

<< In realtà sono qui solo da pochi giorni. >> disse, mantenendo lo sguardo scrutatore anche nei confronti della donna.

Osservò le sue lunghe braccia stendersi sulla scrivania, le mani ben rifinite, quasi fossero un’opera d’arte e poi il viso dai lineamenti regolari.

Michelle Fairbanks era proprio una bella donna!

La preside accennò ad un sorriso, poi prese la cartella con i documenti della ragazza. La aprì e tolse il tappo della penna per poter firmare alcuni fogli.

<< Complimenti signorina Stewart, vedo che è sempre eccelsa negli studi .. >> osservò sfogliando, lentamente, un foglio dopo l’altro.

<< Grazie! >> rispose, abbozzando un sorriso.

Si abbracciò alla sua borsa, in pelle marrone, poi accavallò una gamba sull’altra aspettando che la Fairbanks terminasse la compilazione di quei documenti.

<< Ti trovi bene qui? >>

<< Diciamo di sì, una scuola vale l’altra. >>

<< Come mai hai scelto proprio la Fayetteville High School e non la Manlius? Sai, ci sono due scuole nella contea. >>

<< Mio padre ha voluto mi iscrivessi qui. >>

<< Ah si? Mi fa piacere, chi è tuo padre? >> Sembrò inevitabile la domanda.

<< Brian Stewart … >>

Il volto della preside divenne cupo, pallido, quasi l’avessero trafitta con un pugnale al centro del busto.

<< Ah … >> riuscì a proferire solo questo.

Anche Hope notò il cambiamento improvviso nel volto della donna.

<< Ho detto qualcosa di sbagliato? >>

<< Cc.. cosa? Oh no, è solo che non mi sento tanto bene >>

<< Vuole che chiami qualcuno? >> La ragazza lasciò la presa della borsa, e portò entrambi i piedi per terra. Si mise in allerta, qualora ci fosse stato bisogno di chiedere aiuto.

<< No no, grazie, sto bene! >>

<< Ecco, tenga! >>  riprese poi. Michelle, richiuse i fogli dentro la cartella, accurandosi di far firmare alla ragazza un altro foglio che accertasse la sua idoneità a frequentare quella scuola, poi con una stretta di mano si salutarono e Hope uscì dall’ufficio.

Che strano però.

Si trovò in un corridoio popolato di gente che andava e veniva da un angolo all’altro.

Puoi farcela, Hope. Sii forte.

 

Nel frattempo Brian bussò sempre più forte.

Suonò il campanello una decina di volte, ma nessuno venne ad aprirgli.

<< Avanti, Gordon, dove caspita sei? >> espresse a voce bassa.

Eppure sentiva dei rumori provenire da dentro la casa.

Scese le scalinate che portavano al portoncino e dal vialetto cercò di vedere se ci fosse qualcuno alle finestre, al balcone del retro.

Ma niente.

Poi fu quasi colpito da un lampo di genio.

<< Il retro, perché non ci ho pensato prima? >> continuò ancora a parlarsi a voce bassa. Allora, sempre con fare tranquillo, raggiunse il retro della casa. Trovò ancora il garage, sempre disordinato, e poi tramite un cancelletto in legno, tinto di bianco, si trovò di fronte alla solita porta aperta, dalla quale lui e il vecchio amico erano soliti entrare, da adolescenti.

Non ebbe paura di violare chissà quale regola.

Solo tanto silenzio…

Se la porta era aperta, non avrebbe dovuto esserci alcuna regola.

Come sempre, del resto.

Con passi ovattati, dalla porta raggiunse l’interno, scrutando ogni angolo della casa per vedere se il suo amico fosse presente.

A quanto pare lo era.

<< Chi non muore si rivede e non perde nemmeno le abitudini >>

Subito dopo, senza che Brian se ne accorgesse, dalla stessa porta entrò un uomo. Lineamenti regolari, la barba incolta, lunghi capelli neri e occhi color ghiaccio. Un uomo trasandato che mostrava più dei suoi quaranta e passa anni.

<< Vecchio Gordon! >> proferì Brian, una volta voltatosi e calmatosi per la paura. << Dov’eri? Ho suonato pù volte al campanello. >>

<< Devo dire piuttosto vecchio per non degnarmi di una telefonata quando eravate fuori. >>

Brian fu colto di sorpresa.

Conosceva bene Gordon, e sapeva quando per l’uomo fosse il momento di scherzare.

Ecco, questo non era uno di quei momenti.

<< Hai ragione, scusa amico. Ma sono stato impegnato e sai, sono un dottore famoso adesso! >> Quindi, tentò lui stesso di portarla sullo scherzo ma non riuscì nel suo intento.

Non era mai riuscito a dire la verità.

Era Gordon, la parte ironica di quella vecchia coppia di amici.

Già.. quella vecchia coppia!

<< Già, impegnato per tredici lunghi anni… >>

<< Hai ragione, scusa… >>

<< Come cambiano le cose Stewart. Da ragazzaccio a dottore strapieno di soldi, ti è andata bene. >>

<< Perché parli così Gordon? >>

<< Cambiamo anche noi col tempo Stewart, facciamo le nostre scelte, ciò non significa abbandonare chi ha fatto parte della nostra vita, chi ci ha guardato le spalle in passato. >>

<< Sei sempre stato un tipo che porta rancore, Gordon, ma non credo di avere colpa stavolta. Neanche tu hai accennato ad un minimo pensiero nei miei, nei nostri confronti. >>

L’uomo accese un sigaro, poi aspirò alcune boccate di fumo.

<< Non rispondi? >> chiese Brian, notando il suo silenzio.

<< La piccola come sta? >> Gordon cambiò discorso, mentre grossi cerchi di fumo fuoriuscivano dalla sua bocca.

Infondo, Brian, doveva aspettarselo. Non era certo una novità che Gordon cambiasse discorso ogni volta che cercasse di evitarne un altro.

Ma erano passati tredici anni, e non tutte cose rimangono impresse.

<< Se la cava piuttosto bene! >> rispose serio. Poi continuò.

<< E Andrew, Eithan? Dove sono? Come stanno? >>
<< Se la cavano anche loro. >>

Quella discussione ebbe tutta l’aria di non riuscire a rendere più di tanto, accogliente la casa.

Gordon aspirò altre boccate di fumo, poi, raggiunse il salotto di casa, seguito dal vecchio amico e andò a sedersi su una vecchia poltrona. Ad aspettarlo c’era una bottiglia di Whiskye.

Si comportava come se fosse solo in casa.

Ma la cosa più strana è che Brian, non lo aveva mai visto bere.

Questo fu uno dei passaggi, insieme a tanti altri, che l’uomo si era perso, in tredici anni di distanza.

Lasciò il suo vecchio amico sulla poltrona, e quasi offeso, uscì dalla porta principale sbattendola alle sua spalle.

Sul volto di Gordon, si abbozzò un piccolo sorriso.

” Quante cose che non sai, mio caro amico…” esclamò infine prima di riprendere a sorseggiare il suo Whiskye.

 

Episodio#3 “La porta del vicino è sempre aperta”ultima modifica: 2012-02-20T17:44:16+01:00da g-ioacchino
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Un pensiero su “Episodio#3 “La porta del vicino è sempre aperta”

  1. Wow! che capitolo pieno di emozioni, di stravolgimenti…e sopratutto mi hai incuriosito veramente tantissimo con il fatto che il preside fuggisse al nome del padre…il personaggio di Gordon poi sembra molto interessante spero che nel quarto capitolo questo venga esplorato di più! Non vedo l’ora di leggere il prossimo episodio…ogni episodio trasmette pathos, e curiosità! veramente complimenti ormai ogni mio commento è solo di complimenti, però non ci sta da dire nient’altro che la trama e la curiosità ogni parola si accentua molto di più…il maggiordomo mi è mancato questo episodio..ma bello parlare un’po del rapporto fra mamma e figlia. Dai non vedo l’ora del prossimo episodio!

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