Episodio#1 “La città dei vecchi, brutti, ricordi”

 

 [ Radical Face – primi secondi di “Welcome Home” ]

 

Ha appena parcheggiato la sua Cadillac Eldorado del 1953 in fondo alla strada e con in mano il solo biglietto orario del parcheggio si incammina verso l’entrata dell’aeroporto, accompagnato da forti folate di vento che alzano le foglie da terra e ne seguono il percorso fatto per aria. L’orologio segna le undici spaccate. John Miller, sessantenne dai crespi color grigio e gli occhi di ghiaccio, lo fissa, poi guarda la porta scorrevole dell’uscita passeggeri metterlo in ansia ogni qualvolta si apre e si chiude. Sistema per bene la sua giacca in pelle nera, addrizza le maniche di essa e dall’interno estrae un fazzoletto in seta che ricopre alcune caramelle. Ne mette una in bocca e ripone il fazzoletto mentre osserva delle donne in divisa blu con capellino dello stesso colore che gli passano davanti.

Era da tanto che l’uomo non metteva piede in aeroporto. L’età, o forse il non avere qualcuno da andare a prendere o da andare a trovare lo avevano tenuto lontano da posti come questo.

Almeno fino ad oggi.

Fayetteville è una tranquilla e piccola contea del Tennessee, per alcuni è la città dei segreti mentre per altri è solo la città dei “vecchi, brutti, ricordi” ma è anche una città in cui le voci girano alla velocità della luce e la notizia che il signor Stewart, medico di grande fama nonché fondatore del nuovo Piedmont Fayette Hospital, stesse per arrivare in città ha tenuto tutti sulle spine. Un intera piccola popolazione non fa che parlare di altro e attende il suo vecchio cittadino di ritorno da Boston, per un lavoro che lo ha tenuto impegnato tutti questi anni.

Fu per questo motivo che il signor Miller, maggiordomo di fiducia ormai esente dal suo lavoro, ne approfittò per fare un giro in macchina e andare ad incontrare personalmente il tanto rinomato uomo.

L’ansia dell’anziano, dopo aver fissato più volte le ante della porta scorrevole chiudersi senza che uscisse nessuno di così importante, termina solo quando vede coi suoi occhi, uscire la tanto attesa famiglia Stewart: Brian, la moglie Melinda e la figlia  Hope.

I tre, con le rispettive valigie fra le mani si avviano verso l’uscita con l’intenzione di chiamare un taxi che venga a prenderli e li porti a casa.

Ansimante, Miller, non perde tempo e con passo veloce si affretta ad andargli incontro …

<<La famiglia Stewart al completo!>> esclama in tutta la sua imponente figura una volta fermatosi di fronte ai tre.

 <<Ancora interviste, quando la smetteranno?>> La signora Stewart, stringe a sé la figlia, per  paura che vengano assaliti da microfoni e giornalisti come più volte era accaduto in passato.

<<Senta, siamo appena tornati da un viaggio lungo e stancante, non mi sembra il caso di presentarsi qui con la presunzione di fare domande alle quali nessuno di noi ha intenzione di rispondere>> completò fermamente Brian.

La famiglia allora si allontana seguita da un insistente Miller che chiede solo un po’ di ascolto, il che spinge il signor Stewart a voltarsi, per cercare di chiudere quella conversazione il più presto possibile.

<<Avanti, mi dica. Cosa vuole sapere? Si, sono Brian Stewart, e sto ritornando a Fayetteville!>>

L’uomo li fissa con aria meravigliata.

<<Sono passati tanti anni ma vi ritrovo così come vi ho lasciati, lei Signor Stewart nella sua dolcezza a sprazzi e impegnato in un lavoro che da sempre ha sognato e lei Signora, sempre affascinante, con quei capelli che una volta teneva legati … >> Brian e Consorte non capiscono chi sia e rivolgono dunque le opportune domande nonostante, l’uomo, si sia già concentrato sulla piccola di casa.

<<Hope, giusto?>>

<<Sì. >> risponde la giovane con sguardo curioso.

<<Piacere Signor Miller. John Miller. >>

Hope porge la mano, mentre i suoi genitori al solo sentire il nome dell’uomo a loro sconosciuto, si liberano in un sorriso così dopo aver capito chi sia danno i rispettivi saluti.

<<Il vecchio maggiordomo di casa Stewart>> esclama Melinda.

<<Un po’ arroccato e con qualche anno in più, ma sì, in carne ed ossa. >>

<< Dio mio quanto tempo è passato signor Miller! >> continua Brian, ancora incredulo.

Hope è l’unica a non proferire parola continuando a non capire che ci faccia quell’uomo lì e come sapesse del loro arrivo, poi  senza troppi inviti la famiglia accetta di salire sulla Cadillac del vecchio uomo, che,  con tante feste apre lo sportello ad ognuno dei membri e con tante domande li riporta a casa.

 

<<Allora Signor Miller, come faceva a sapere che saremmo arrivati proprio oggi?>> Brian siede di fianco al vecchio maggiordomo, sul sedile anteriore.

<<Fayetteville è una piccola Contea signor Stewart e la notizia di un Salvatore che arriva per prendere in mano le redini di un ospedale ormai in miseria non passa certo inosservata. >>

Brian sorride … << riavrete il vostro ospedale buon uomo! >>

<< E noi riavremo il nostro caro e amato dottore. >>

<<Cos’ha fatto in tutti questi anni sig.Miller?>> chiede invece Melinda dal sedile posteriore.

<<Qualche lavoretto qui e lì, ma niente di chè. >>

La Cadillac percorre lunghe e dritte strade prima di fermarsi al semaforo.

<< Chissà come sta Gordon! >> esclama Brian, consapevole che nessuno dei presenti possa dargli le  opportune risposte.

Nessuno tranne il maggiordomo.

 << Signor Stewart le ripeto che Fayetteville è una piccola città e le voci girano, per chi le voglia ascoltare.>> dice, accennando ad un piccolo sorriso mentre fa per aggiustare lo specchietto. Da questo osserva Melinda, che nel frattempo sembra essersi intristita.

Estraniata dal dialogo, Hope mantiene lo sguardo al di fuori del finestrino osservando prima un giardiniere che spazza via le foglie secche cadute da alberi di cui al momento restano solo i rami poi bellissime ville vittoriane dai colori più impensabili e infine osserva la gente andare in bici su una strada che porterà la Cadillac davanti casa. Dal finestrino, la ragazza ammira la sua nuova città e non le sembra così male come invece può sembrare ad altri. Al verde del semaforo, la Cadillac percorre qualche altro metro prima di voltare ed accostare sul vialetto di una maestosa villa vittoriana dai vari mattoni di colore rosso cupo , alla 513 di Mulberry Avenue.

Seppur abbia smesso di fare il suo lavoro da un bel po’, John Miller, non ha certo perso l’abitudine di essere, o meglio, essere stato un maggiordomo.

Non appena accostata la macchina, si preoccupa infatti di aprire  lo sportello ad ognuno dei passeggeri.

<<Oh non c’era bisogno signor Miller>> proferisce Brian mentre Melinda dando la mano all’uomo esce con fare elegante dall’auto d’epoca, e con un <<grazie>> lo stesso fa la figlia.

Il signor Miller e la famiglia Stewart, una volta fuori dalla macchina, restano qualche secondo immobili a fissare l’immensa villa, fonte di vecchi ricordi per i due coniugi.

<<Era qui che vivevamo una volta? >> La giovane di casa continua ad essere perplessa, e al contempo, estasiata dalla bella casa che si ritrova davanti.

<<Si cara, questa era ed è tutt’ora la nostra casa! >> le risponde il padre.

<<Allora pronti ad entrare?>> prosegue il signor Miller che, con gesto teatrale delle mani, da la precedenza ai proprietari della casa, poi si avvia dopo di loro.

 

<< è proprio come l’avevamo lasciata! >> Brian ha il volto di un bambino quando riceve i suoi regali di Natale << … come se non ce ne fossimo mai andati di qui!>>.

 Il gruppo entra uno dopo l’altro lasciando le valigie all’entrata e pian piano ci si dirige in angoli diversi dell’immensa casa.

Brian si reca nel salotto facendo entrare un po’ di luce dalle tre finestre sovrastanti la parete frontale , mentre la moglie, sempre silenziosamente, passa il dito su alcune pareti di legno come a togliere tratti di polvere accumulatasi con gli anni.

<<Fa un certo effetto rientrare in questa casa dopo tutti questi anni >> esclama il signor Miller che,  entrando per ultimo, si occupa di chiudere la porta.

<< A chi lo dice signor Miller! >> risponde Brian rivolgendosi poi alla moglie <<Melinda puoi preparare del caffè per tutti? Io intanto vado a controllare in che stato sia il mio vecchio ufficio>> poi scompare dietro una porta in legno antico.

Nel frattempo, Hope, stupita dall’arredamento in stile vittoriano scorge delle scale e incuriosita le percorre scalino dopo scalino e già al primo piano, trova un largo corridoio fiancheggiato da tre porte cigolanti e che tramite una finestra le mostra il vialetto che precede l’entrata della casa dove ha passato i suoi primi anni di vita . Spalancata  la tendina della finestra cui Hope osserva il mondo esterno, la ragazza entra  poi in una delle tre stanze  del corridoio. In quella, che prima era la sua cameretta.

Attorno a lei regna il silenzio, disturbato dal rumore dei suoi passi e dalla voce rauca e intimidatoria di un signor Miller che fermatosi  silenziosamente sull’uscio della porta le si rivolge con tono dolce 

<<Questa era la sua camera da piccola.>>

La ragazza, che non si era accorta della presenza dell’uomo lo guarda sbigottita al ché l’uomo le chiede se l’avesse spaventata.

<<Stavo guardando qui e lì cercando vecchi ricordi. >>

John sorride…

<<Quella in fondo alla stanza è la vecchia libreria di tua madre anche se non le ho mai visto leggere un libro … >> Hope lo ascolta. << Contiene libri di letteratura dell’ottocento credo, insomma roba così>> continua Miller.

<<Le piace leggere?>> domanda ancora l’uomo.

<<Helps diceva che la lettura è un modo ingegnoso per evitare di pensare>> 

John sorride ancora, quasi colpito dalla frase della ragazza.

<<A quale pensiero potrebbe mai sfuggire una così bella ragazza della tua età?>>

 <<Nulla di particolare, solo, beh … pensieri.>> Hope non fu certo predisposta a parlarne con qualcuno, tanto che Miller cambiò subito discorso, passando poi a descrivere la foto incorniciata che la ragazza aveva appena preso fra le mani <<Da piccola usavi sempre le treccine, o meglio tua madre te le faceva spesso, non te l’ho mai detto ma quel vestitino blu e le calze bianche non ti donavano molto.>>

Hope sorride stringendo a se la sua vecchia foto.

Al piano di sotto, anche Brian, che si era recato a guardare le condizioni del suo vecchio ufficio, trovandolo per come lo aveva lasciato,  tira fuori da un cassetto una vecchia foto, che ritrae lui e la moglie in compagnia di un’altra coppia.

 Nel guardare la foto, una lacrima sembra rigare il volto dell’uomo distratto poi dall’irrompere in stanza della moglie.

 <<Melinda mi hai spaventato!non pensavo fossi qui.>>

<<Non volevo spaventarti>> risponde la donna, notando il viso triste del marito che poi riporta lo sguardo sulla cornice.

<<Cos’hai tra le mani?>>

<<Solo una vecchia foto che ci ritrae in compagnia di Gordon ed Elise>>

<<Già Elise … mi manca! Non si meritava una tale fine.>>

<<Neanche Gordon meritava una tale perdita.>> conclude amareggiato lui, ma prima che il dialogo si faccia più triste di quanto già non possa essere , Melinda decide di lasciare il marito un po’ solo immerso in vecchi e tristi ricordi così – osservando la donna di spalle percorrere il corridoio da cui è giunta allo studio del marito – la vediamo raggiungere la cucina aspettando che il caffè sia pronto.

Nell’attesa fa entrare anch’essa un po’ di aria aprendo la porta del retro, poi controlla uno dopo l’altro gli sportelli che stanno sopra il piano cottura.

<<Oh mi scusi.. >> le si rivolge un Miller, nel frattempo sceso dal piano di sopra e irrotto in cucina inaspettatamente, convinto di non trovare nessuno.

Melinda si volta quasi spaventata poi gli si rivolge alla maniera dolce cui Miller era stato sempre abituato.

<<Non c’è bisogno che tu mi parli come fossi la tua padrona quando siamo da soli … >> Miller sta ad ascoltarla mentre lei, continua il suo discorso  <<mi conosci, e pure bene John. Sono successemolte cose sgradevoli prima che io e la mia famiglia decidessimo di lasciare Fayetteville e purtroppo questo non è servito a dimenticare il passato. >> conclude amareggiata.

<<Signora Liar … o meglio Melinda … nessuno dei due ha dimenticato il passato, e anch’io convivo con gli scheletri nell’armadio ma vado avanti perché il passato è passato e bisogna lasciarselo alle spalle.>>

<< Non è facile John. >>

<<Lo so, ma bisogna pur provarci!>>

 Melinda sembra rassicurata dalle parole dell’anziano al punto che gli si rivolge con un tono sempre più dolce informandolo che non ha perso il modo di far stare meglio la gente…

<<Ed è per questo che vorrei continuassi ad essere il maggiordomo di famiglia, la tua stanza e ancora là, puoi benissimo riempirla come faremo tutti con la nostra.>>

John ne è sorpreso ed estasiato, non si aspettava una richiesta del genere, ma è anche titubante, al punto che Melinda fissandolo negli occhi sembrò convincerlo…

 <Lo hai detto tu, il passato è passato. Bisogna solo saper ricominciare.>>

 

Era incredibile come quella donna, così bella e affascinante e che portava i suoi quaranta piuttosto bene, sapesse distogliere John dalle preoccupazioni, dall’ansia di un qualcosa che nessuno dei due voleva uscisse allo scoperto.

Tornare a servire la famiglia Stewart come una volta? Provare davvero a ricominciare? O lasciarsi tutto alle spalle e cambiare in qualche modo vita stando lontano da quella casa? Il signor Miller restò a fissare la donna di casa ancora per qualche secondo, quasi impotente a pronunciare quel “sì,accetto!”che tanto avrebbe voluto.

 E se il suo ritorno fosse stato motivo di scompiglio? Se alcuni fantasmi fossero riemersi solo a stare sempre più a contatto con gli Stewart? Per John era proprio così. Entrare in quella casa per lui era stato come macchiarsi non una ma altre dieci volte di un peccato mortale che lo intimidiva, spaventava e se c’era un modo per star meglio quello era sicuramente parlare con Melinda Stewart.

D’altro canto anche Melinda provava le sue stesse sensazioni  e quasi a ricambiare, il suo unico modo di poter star meglio, di scacciare quei pensieri almeno per pochi momenti non risiedeva in Brian, marito che tutti avrebbero voluto avere, sempre presente e in tutto e per tutto perfetto, ne nella figlia Hope, un adolescente che aveva ancora tanto da imparare, ma risiedeva proprio nel maggiordomo.

 I due formavano un binomio che non andava sciolto.

Per il bene di entrambi.

E fu così che John Miller portando al suo petto le ruvide mani della signora Stewart accettò la sua richiesta, lacrimante e scoraggiato da quello che sarebbe potuto accadere  seppur ci fosse la consapevolezza che vecchi scheletri nell’armadio non sarebbero stati scoperti. 

Terminato il suo tuffo nel passato, Hope raggiunse la cucina solo in un secondo momento, con in mano quella foto di lei da bambina, ansiosa di mostrarla alla madre,  e quando Melinda si ritrovò fra le mani la cornice, non potè fare a meno di evitare le lacrime.

<< scusate … è solo che, solo che non ricordavo di questa foto ed è bellissima …tu sei bellissima. >> disse infine mentre passò a fissare la figlia.

Hope sorrise mentre Melinda la chiamò a se per abbracciarla.

Poi entrò Brian.

<<Ho visto bene o quello era un abbraccio di due persone che non vedo abbracciare quasi mai?>>

<<Guarda Brian…>> disse Melinda, ponendogli la foto della loro figlia da piccola.

<<Te l’ha mai detto nessuno che tu fossi bellissima allora e ancora adesso?>>

<<Grazie papà>>  disse, ancora sorridendo, Hope.

 Seppur non avesse nessuno, John Miller, considerava gli Stewart come la sua famiglia, anche se questo, e Miller ne era sempre stato consapevole, non giustificava errori commessi in passato.

<<Amore c’è della roba da portare in soffitta, cianfrusaglie varie pescate per caso nel mio ufficio e che non possono restare lì>> Melinda e John raddrizzano le orecchie al solo sentire pronunciare quella parola. “soffitta”.

<<Posso pensarci io, signor Brian!>> si propose il maggiordomo superato da una Hope sempre più curiosa di conoscere ogni lato della casa <<Li porto io in soffitta papà, così ne approfitto per vederla>>

La ragazza passò per il corridoio che poco prima l’aveva condotta alla sua cameretta e da un’altra scala salì all’ultimo piano della casa.

Solo due porte. Le scrutò entrambe.

In una stava una stanza da letto mentre l’altra, dunque, avrebbe dovuto essere, a forza, la soffitta.  Allora vi si fermò davanti, poggiò lo scatolone del padre e aprì la porta.

Un rumore inquietante accompagnò il cammino della ragazza fino a quando non fu definitivamente dentro. Solo tanto buio. Qualche riflesso di luce usciva da alcune fessure in fondo alla stanza e allora pian piano portando mani a destra e manca per evitare di inciampare o sbattere in qualcosa arrivò a destinazione.

Erano tre finestre di cui, quella del centro un po’ più piccola.

Tolse le tende a tutte e la stanza sembrò ravvivarsi di tonalità colorate che da tredici anni ormai mancavano.

Vecchi mobili anni cinquanta sovrastavano la parte sud della stanza, orologi a pendolo, bambole di porcellana, vecchie poltrone con ricami di fiori e un intera collezione di piatti di porcellana racchiusi dentro uno scatolo semiaperto. Dietro di lei invece vecchi quadri posti per terra, uno davanti all’altro, credenze ricoperte di polvere e ancora scatoli. Al suo lato su un piccolo ripiano osservò  poi una vecchia bici coperta da un piccolo lenzuolo bianco. 

Scrutò ogni angolo della stanza.

Tutto, lì dentro, puzzava di vecchio.

Qualche istante dopo, facendo piccoli passi con sguardo fotografico, Hope trovò per terra  alcuni fogli, forse caduti, anni fa.

Si chinò a raccoglierli, poi una volta in piedi cominciò ad osservarli uno ad uno. Uno scarabocchio nero sul primo, alcune strisce incrociate fra loro sull’altro, altre strisce sempre di colore nero sul terzo e così via.

Tutti rappresentavano degli scarabocchi incomprensibili.

 Ancora una volta, però non fu sola, e John che nel frattempo aveva lasciato i coniugi di sotto si soffermò sempre sull’uscio pronto ad informarla anche su quest’altra stanza.

<< Questa soffitta è in questo stato da anni, nessuno vi è mai entrato o meglio la porta a cui sto appoggiato è stata aperta solo per buttare roba vecchia, come se non ve ne fosse già abbastanza>> 

<<Ho l’impressione che non riuscirei ad avere privacy in questa casa!>>

<<Mi scusi, ma sà la mia camera è proprio di fronte, perciò non credo che la soffitta sia una delle stanze di questa casa dove potrebbe stare esattamente da sola almeno che non decide di chiudersi dentro,  ma glielo sconsiglio. Non c’è una buona circolazione di ossigeno e finirebbe per restarne secca entro pochi giorni.>> 

Dovrei aver paura? Forse sì.

Pensò.

Ripose le bozze trovate per terra, su un vecchio tavolo al centro della stanza e con un sorriso, in maniera educata, lasciò l’uomo da solo mentre si accinse a raggiungere le scale per scendere al piano di sotto.

Fu allora che Miller entrò, e prese i fogli.

<< Questi è meglio farli sparire! >>

Disse tra sè e sè, prima di uscire anche lui e chiudere la porta alle sue spalle.

Episodio#1 “La città dei vecchi, brutti, ricordi”ultima modifica: 2012-02-13T12:10:00+01:00da g-ioacchino
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2 pensieri su “Episodio#1 “La città dei vecchi, brutti, ricordi”

  1. Amo fare i miei commenti in modo del tutto sincero, perchè in fondo è questo che uno “scrittore cerca”.
    Ammetto che l’inizio è stato un pò pesante, il racconto è molto da romanzo, per intenderci, troppo serio, e a volte un pò piatto, la storia in se è agli albori e devo dirti la verità quei fogli mi incuriosiscono abbastanza da aspettare la seconda puntata, non guasterebbe un pò di ordine tra i vari dialoghi, a volte mi perdevo e dovevo rileggere, io ci aggiungerei se mi permettete, un pizzico di vitalità, il mistery è bello, ma monopolizzare il tutto su questo è troppo.
    A prescindere da tutto, complimenti, spero d poter veder crescere il tutto e di vederlo migliorare ogni volta, spero di non essere stato troppo esagerato, ma seguo altre “serie” e i miei commenti sono sempre molto obiettivi. ciao e complimenti ancora.

  2. Mamma mia!, c’è una suspance enorme, le scene sono ben descritte, forse un’po lente, ma all’inizio di tutto cosa si può pretendere? Io credo che questa famiglia ci possa dare il meglio, del mistery, le interazioni tra Hope e Jhon potrebbero essere quasi da alieva a mentore della casa. Di certo spero che continui questa serie ha grandi potenzialità, per ora solo accennate come un buon pilot deve fare e questo è una meraviglia!. Piccolo consiglio oltre una bella e dovuta operazione di approfondimento dei personaggi, spero che qualche mistero, mostri le sue conseguenze, cosi per movimentare un’po una lettura, e la storia dei personaggi. Se devo dare un voto è un bel 8 e mezzo! e 10 alle potenzialità, avete ricostruito un perfetto romanzo gotico in poche parole, ed ora ampliate questo universo, quindi si mi è veramente molto piaciuto! complimenti

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