30/04/2012

Episodio#13 "La bambina nella foto"

Una lotta è assidua solo se a volerla continuare sono entrambe le parti. L’una e l’altra.
Una lotta è assidua se hai talmente tanta forza di volontà da riuscire ad abbattere qualsiasi muro.
Una lotta continua se entrambe le parti dimostrano forza, coraggio e voglia di vincere.
Solitamente perdere è qualcosa a cui nessuno aspira, ma ci sono dei casi, delle situazioni, in cui perdere è la miglior vittoria, specie se hai un segreto da custodire per il quale saresti disposto a morire pur di non rivelarlo, se hai della gente cara da salvaguardare e ad essere messo in gioco è il tuo stesso nome.
Ed è per questo che spesso le lotte finiscono sempre anticipatamente.
Ma se di fronte hai qualcuno che non riesci a vedere, di cui non conosci nulla e quell’altro di te conosce tutto, quella lotta non finirà mai.
Allora, preparati a perdere.
Ricominciare dopo essere stato coinvolto in un esplosione d’auto fu per Brian un impresa ardua, uscire dall’ospedale, rientrare nella propria casa e avere paura.
Da quando gli Stewart si erano trasferiti a Fayetteville le cose non si svolgevano nel migliore dei modi: minacciose buste, l’esplosione, il furto a casa e infine Hope, la quale circa due settimane fa si era ritrovata chiusa dentro la soffitta di casa mentre qualcuno se la dava a gambe dopo essersi addentrato dentro casa Stewart.
Cosa stava succedendo?
Anche Brian cominciò a pensare di ritornare a Boston.
Stranamente in casa non ci fu niente di sospetto, ogni oggetto era al proprio posto.
Fu quindi chiaro che chi aveva rinchiuso Hope dentro la soffitta, aveva come unico scopo quello di cercare qualcosa al secondo piano, dove oltre alla soffitta stava la camera del Maggiordomo.
<< Non vedevo l’ora di ritornare qui >> esclamò l’uomo di casa, una volta varcata la soglia accompagnato dal braccio della suocera Marie.
<< I medici hanno detto che tu debba riposare Brian, sei ancora ferito e porti numerose cicatrici. >>
<< Melinda sono anch’io un medico e so come devo comportarmi. >> concluse rivolgendosi alla moglie.
La frustrazione fu tanta e a risentirne furono maggiormente proprio Melinda e come sempre il Maggiordomo.
Raggiunto il salotto si sedettero tutti in semicerchio.
Sul divano Brian con le gambe distese su una sedia, al suo fianco la moglie e la suocera. Affianco, su una poltrona Hope.
<< Piccola tu come stai? >> chiese l’uomo rivolgendosi alla propria figlia, con un espressione triste in volto.
<< Sto bene papà ma penso stia succedendo qualcosa di brutto, qualcuno che ce l’abbia con la mamma. >>
Melinda balzò.
<< Perché con me? >> le venne da chiedere.
<< Perché quando quell’uomo mi ha rinchiuso in soffitta, sentivo che stesse scrivendo qualcosa sulla porta… >>
<< continua… >> esclamò nonna Marie.
<< La stava scrivendo con la chiave, e fu dopo che il maggiordomo venne ad aprirmi che sono riuscita a leggere ciò che aveva scritto prima di scappare. >>
<< E cosa aveva scritto? >> Brian cercò di mettersi più comodo sul divano mentre Melinda dedicò la più completa attenzione al discorso della figlia.
<< Melinda, sei una bugiarda. Ecco cosa c’era scritto. Cosa può significare? C’ero io chiusa in soffitta non tu mamma, penso che quel qualcuno ci abbia scambiate e convinto che ad essere di fronte a lui fossi tu ha agito di conseguenza. >>
Nessuno parlò.
<< Perché qualcuno ce l’ha con te mamma? >>
Tutti si voltarono a guardarla, aspettando la risposta della donna, che ansiosa e tremolante, fu salvata dall’arrivo di John.
<< Questo è per lei signor Brian, fette biscottate e the caldo. >> continuò.
Adesso tutti fissarono Miller.
<< Ho per caso interrotto qualcosa? >> domandò, conscio di averlo fatto.
<< Nulla di importante signor Miller, continueremo dopo. Grazie per il vassoio. >> esclamò Brian.
In una frazione di secondo nessun’altro prese parola, Brian cominciò ad inghiottire le sue fette mentre una Melinda sempre più frustata lo aiutò a bere il the, nonna Marie raggiunse la nipote stringendola forte al suo petto mentre Miller ritornò in cucina.
Anche lui fu turbato e sempre più convinto che tutto quello che stava accadendo era per causa sua e di Melinda.

Sul letto di casa Lancaster si assommò roba di vario genere: una camicia a quadri e uno jeans strappato, una t-shirt verde e una gonna scozzese, infine le scarpe, poste in un ordine disparato sul pavimento.
Sul cassettone dove Alan teneva i suoi vestiti, la fotocamera.
Dal bagno echeggiarono alcuni rumori: era la voce di una ragazza che sorrideva.
Alan portò le sue braccia sul seno, scoperto, di Liz poi le dedicò piccoli baci sul collo quindi la abbracciò ancora più forte provocandone con la lingua il solletico al collo.
Liz cominciò a sorridere e a distaccarsi dalla bocca del giovane, finchè non portò il suo capo verso la bocca dell’altro e cominciò a baciarlo.
Erano nudi, dentro la vasca da bagno, coperti solo da una grande nuvola di schiuma.
<< Quando pensi di essere pronta a renderla pubblica? >> domandò Alan, appoggiando il suo capo sui capelli bagnati della ragazza.
<< Cosa Al? >>
<< La nostra storia, Liz. È ormai da mesi che continuiamo così di nascosto. Quanto tempo vuoi continuare ancora? >>
<< Al … >> Liz scosse il capo, indubbia sul da farsi.
<< Mio padre è un reverendo e non accetta alcun tipo di rapporto sentimentale che mi riguardi. È un tipo all’antica, lo sai già, e vedermi mano nella mano con te, vedermi anche solo al telefono con un ragazzo lo manderebbe su tutte le furie. >> continuò.
<< Lo so, ma renderlo pubblico almeno ai nostri coetanei non significa farlo sapere a tuo padre! >>
<< Ma sai bene che Fayetteville è piccola e le voci si spargerebbero subito. >>
<< Neanche a scuola possiamo comportarci come vogliamo Liz. >>
<< A scuola saremmo troppo osservati, e mio padre organizza gli eventi religiosi della scuola, verrebbe a saperlo comunque. >>
I due si ritrovarono in silenzio, consapevoli del fatto che continuare a parlarne li avrebbe portati a litigare, come gia era successo in passato.
Un brusco rumore li distolse dal loro dialogo.
<< Cos’è successo? >> chiese, spaventandosi Liz.
<< Lo hai sentito anche tu? >>
<< Si Al, è caduto qualcosa. >>
<< Vado a controllare, tu resta qui. >> Alan uscì dalla vasca di bagno mostrandosi in tutta la sua bellezza corporea, poi si strinse una tovaglia alla cinta e uscì dal bagno, richiudendo la porta.
<< Oh dannazione. >> esclamò sbigottito.
<< Alan che è successo? >> chiese Liz, uscendo anch’essa dalla vasca e raggiungendo il ragazzo avvolta in un’altra tovaglia bianca.
La fotocamera di Alan, quella che poco prima stava sul cassettone, era adesso posta sul pavimento.
<< Com’è possibile che sia caduta da sola? >> continuò ancora Liz.
Alan si calò a prenderla e vedere se si fosse rotta.
Provò ad accenderla, ma niente, poi controllò meglio.
<< Qualcuno è entrato in casa Liz. >>
<< Come fai a dirlo? Magari era inclinata ed è caduta da sola, magari un colpo di vento, non so. >> Al solo pensiero che qualcun altro fosse stato in casa portò Liz a parlare ininterrottamente.
Era chiaro fosse spaventata.
<< Liz … >> La riprese Alan.
<< Sono sicuro di quello che dico. Manca la scheda memoria della mia fotocamera. >>
Ancora una volta il silenzio si racchiuse in quelle quattro mura, e stavolta non per problemi sentimentali.
Gli occhi di Liz furono rigati dalle lacrime.

Le ultime due settimane Hope le passò a pensare e ripensare al giorno in cui fu rinchiusa nella soffitta.
Non si era mai trovata faccia a faccia con un ladro ne tantomeno avrebbe creduto di trovare così tanto coraggio per salire le scale e vedere se realmente ci fosse qualcuno.
Ricordare il volto non era possibile, anche perché non fu possibile vederlo ma se c’era un particolare che le veniva in mente fu il naso di quell’uomo incappucciato: un naso dai lineamenti regolari e dalla forma appuntita.
Indecisa, scelse di ritornare in soffitta per soffermarsi davanti alla porta e riflettere sulla frase che quel qualcuno aveva inciso con le chiavi.
Continuò a fare avanti e indietro per le scale prima di convincersi a salire quegli ultimi tre gradini che l’avrebbero condotta al secondo piano.
La sua famiglia stava ancora in salotto.
Decise finalmente di salire e giungere a destinazione.
Con il cuore a mille e i respiri affannosi, come se dovesse trovare di nuovo quella figura, come se dovesse ancora rivivere quelle scene, si soffermò sulla porta e lesse l’incisione.
Ma ancora, nessuna riflessione la condusse ad una soluzione motivo per cui decise di entrare in soffitta, per controllare, con la speranza di poter trovare qualcosa.
E in effetti qualcosa trovò.
Cercando da un punto all’altro della stanza, si ritrovò al cospetto di un grande scatolone che prima d’ora non aveva visto.
In punta di piedi lo sollevò dall’alto scaffale in cui era riposto, poi riuscita a prenderlo, si sedette per terra e strappò l’adesivo con cui era chiuso.
Da esso uscì per primo un piccolo vestitino bianco che molto probabilmente era stato suo durante l’infanzia, a seguire dei giocattoli che non ricordava di aver mai visto, poi ancora delle foto.
Le poggiò sul pavimento, accanto allo scatolo, per poterle guardare solo dopo che avrebbe finito di rovistare fra le vecchie cianfrusaglie di famiglia.
Fu sorpresa nel trovare altre bozze che rappresentavano scarabocchi in nero. Sempre gli stessi, i soliti disegni che aveva la nonna, i soliti disegni che aveva visto in soffitta e che adesso non riusciva a trovare.
Quella stanza sembrava essere piena di quei disegni, e pian piano si accorse che ce n’erano altri sulla sommità di un mobile in legno antico, altri ancora sotto un vecchio baule.
Cosa erano quei fogli? Ma soprattutto di chi erano?
Il tempo sembrò fermarsi e quello che avrebbe dovuto essere un giro alla scoperta di risposte, si rivoltò in un cerchio di nuove domande che si assommarono alle altre.
Sospirando, passò a vedere le foto.
Alcune rappresentavano Melinda e la nonna con in mano una bambina, lei. Altre erano vecchie foto della madre e del padre che si scambiavano teneri abbracci, poi qualche foto di lei che dentro alla soffitta teneva in mano dei giocattoli.
Infine una foto che la vedeva mano nella mano con un altro bambino.
Chi era?
Voltò la foto per guardare se sul retro vi fossero stati scritti i nomi e trovò il suo affianco a quello di Eithan Mancini.
Erano loro due da piccoli.
Lei ed Eithan giocavano assieme da piccoli?
Hope fu sempre più confusa.
A pensarci però, i loro genitori erano amici fin dall’età adolescenziale quindi una cosa del genere non avrebbe certo stupito nessuno.
Guardò allora altre foto, e notò ritratto un altro bambino, poco più grande di lei e dello stesso Eithan.
Sul retro, il nome Andrew Mancini.
Eithan aveva un fratello?
Si stupì come mai non avesse saputo prima di queste cose, del perché i suoi non le avevano mai spiegato il rapporto con la famiglia Mancini.
E fu a tal proposito che un altro viso si marcò nei pensieri della ragazza, quello di Gordon.
Perché non veniva a far visita ai propri genitori come un normale amico di famiglia?
Guardò il retro di tutte le foto per vedere se vi fosse scritto altro.
Trovò solo una data: 13 Aprile 1990
Era il retro della foto che la ritraeva da piccola con dei giocattoli in mano.
Poi un lampo: ancora 13 Aprile 1990. Non era ancora nata in quella data, un errore di numeri o uno scambio di persona?
Pensò che quella bambina non fosse lei, e allora …
Chi era?


13:41 Scritto da: g-ioacchino | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |  Facebook